La fiera delle vanità

Così scriveva Thackeray nel 1847, mentre era in fase di stesura di questo libro. Ma, più che di libro, si dovrebbe parlare di capolavoro. Vanity fair (trad. “La fiera delle vanità”) è un grandioso affresco della società inglese dalla prima decade dell’Ottocento fin quasi alla metà del secolo, un mondo di carta che si muove sullo sfondo di una Londra che cambia a ritmo vertiginoso. È un ritratto impietoso, crudo, talvolta sarcastico di vizi e virtù, in cui nessun personaggio ne esce bene.
Il primo titolo di questo romanzo avrebbe dovuto essere “A novel without an hero” (trad. “Un racconto senza eroe”): in Thackeray, infatti, non esiste una valutazione morale dei personaggi né un vero e proprio giudizio di valore. Sono tutti condannati senza appello. Non esistono buoni e cattivi, così come è possibile riscontrare in Dickens o George Eliot, entrambi contemporanei di questo immenso scrittore. Due sono le protagoniste, ma solo una di esse rappresenta il centro focale del romanzo.
La protagonista è Becky Sharp, una figura estremamente sfaccettata, che rappresenta l’arrivismo sociale, l’avidità, la furbizia e l’opportunismo. Non ama nessuno, Becky: né il marito che nel corso del romanzo si trasformerà in un cicisbeo suo malgrado, né il figlio che abbandona, né Lord Steyne di cui diviene l’amante, né Briggs, la governante che le rimane accanto per molti anni.
Becky, in una parola, è amorale. Eppure, sebbene sia così carica di connotazioni negative (frutto del maschilismo dell’Autore e in generale, della società vittoriana), è uno dei personaggi più riusciti ed amati della letteratura inglese. Perché? Perché è charmante. Realista. Fedele a sé stessa. Determinata. La perfida eroina, manipolatrice e seduttiva, è anche l’unica in grado di esporre le ipocrisie e gli inganni del bel mondo, l’unica che – in una società patriarcale e rigidamente maschilista qual era quella Inglese – sa davvero cosa è la moralità. Se ne crea una propria, forte, capace di resistere alle avversità della sorte, fino a che alla fine del romanzo, approda a una rispettabilità che cancella la sua veste di paria sociale: ex istitutrice di dubbi natali, imbrogliona, artista della menzogna dal passato torbido. È un personaggio meraviglioso.
Dall’altra parte della scena troviamo Amelia. Essa dovrebbe rappresentare il prototipo di perfetta moglie e madre vittoriana. Invece, rappresenta uno schizzo efficacissimo di come la cultura inglese dell’Ottocento privasse le donne di capacità, forze e orgoglio. Amelia é patetica, ingenua, fedele a un marito che pensava già a tradirla e solo l’intervento di Becky – sic, la sua unica buona azione alla fine del libro - riuscirà ad allontanarla da un passato che le impedisce essere felice. Da giovane e graziosa figlia di un ricco commerciante, Amelia subisce i rovesci della sorte: è la vittima sacrificale, rassegnata ad esserlo, che non immagina neanche di poter vivere in maniera differente e quest’atteggiamento sembra avocare su di lei tutte le disgrazie immaginabili.
La sua famiglia finisce sul lastrico per debiti, sposa il figlio dell’ex socio di suo padre e rimane incinta mentre, nel frattempo, il marito s’invaghisce di Becky e si fa ammazzare sul campo di battaglia di Waterloo. Amelia vive in povertà per anni, è persino costretta a lasciare l’amato figlio alla cura del nonno paterno per garantirgli un futuro e un’istruzione, rifiutando l’affetto, divenuto poi amore di un commilitone del marito, Dobbin, l’unico personaggio vagamente positivo del romanzo.
Vanity fair è molti romanzi in uno. Non è solo un romanzo storico, non è solo un romanzo di formazione, non è solo un romanzo moraleggiante. La fiera delle Vanità è una commedia umana.
L’alterigia dell’aristocrazia, l’avidità senza codice morale della borghesia, l’arrivismo dei servitori è rappresentato attraverso questi singoli personaggi: è colto nelle sue pose più autentiche, nei gesti, nel linguaggio, nei tic, persino nei suoi pensieri più intimi, oltre che nei suoi rapporti sociali e nelle dinamiche familiari. La vicenda, infatti, si svolge spesso in “interni”, cioè in case nobiliari o bicocche campagnole, in ricchi saloni o tuguri malfamati, descritti con una forza e una vividezza senza pari. In essi si consumano i rituali dell’ipocrisia familiare e sociale e che si trasformano in un’esibizione della ricchezza, della potenza e dell’importanza sociale che i protagonisti acquistano o perdono.
Per Thackeray, allora, la vita non è solo commedia: è una fiera, un mercato in cui gli esseri umani mettono in mostra ciò che hanno e che possono vendere. Becky mette in mostra tutta sé stessa, in ogni modo. Amelia invece rifugge qualunque tipo di esibizione in un mondo ora rutilante, ora povero e disperato.
Infine, c’é l’ultima vera, grande protagonista di questo favoloso affresco.
Londra.
Questo è il romanzo di una Londra fastosa e misera. È una città ben diversa dalla metropoli disperata e abbrutita di Dickens. È molto più simile a un circo rutilante di colori, un mondo in cui tutto è possibile. La città prende vita sotto i nostri occhi, attraverso una descrizione densa, realistica della vita quotidiana: dal modo di mangiare, al cibo, alle stoffe per gli abiti, alle transazioni commerciali, fino ai rapporti familiari. Ciò che descrive Thackeray è ciò che egli vede e vive, cui partecipa in quanto intellettuale, che lo nutre e che nello stesso tempo lo opprime: uno spettacolo urbano, intenso e ben conosciuto dai suoi lettori contemporanei. Un mondo diviso tra traffici marittimi, imprese commerciali, nobiltà in declino e potenza coloniale. Egli descrive una Londra che cresce e si trasforma, divisa tra la nostalgia del passato e tensione verso il futuro, tra trionfi nobiliari che si sorreggono su debiti e blasoni e la borghesia mercantile, ancora percepita come una classe di parvenu.
La fiera delle vanità è anche questo. È luci, suoni, colori, musica, sensazioni. Nessuno come Thackeray riesce a far sentire il lettore parte della storia. Leggere questo libro è scivolare in un mondo fatto di sete e di rozza canapa, di candele si cera e di braci in un camino sporco, è sentire i violini in una sala da ballo e subito dopo, l’organetto in un vicolo fangoso. E’ sentire la vita.
di Stefania Auci
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