"La vita è altrove"

Il racconto lineare della vita di un giovane poeta, dall'infanzia alla maturità, fino alla morte, del suo rapporto con la madre, l'amore e le ideologie nella Praga in cui si costruisce l'utopia comunista filosvietica, diventa l'occasione per una riflessione generale, un'osservazione quasi clinica - e un po' anche cinica -, sul ruolo della poesia e del sentimento lirico nella vita umana.

Il lirismo di cui si parla è la vertigine dell'assoluto, il senso di ardore e di militanza sfrenata, la dedizione totale e totalizzante a un fine, che nel dare un senso alla vita può anche travolgerla.

E la vita, infatti, è altrove, come suggerisce il titolo. La vita di Jaromil è tutta votata da un lato a perseguire l'obiettivo di diventare un poeta, dall'altro a raggiungere la libertà, dalla madre, dalla famiglia, dai condizionamenti borghesi, infine anche dall'amore. Non si accorge dell'incoerenza di fondo insita nelle sue scelte: crede di diventare poeta per una sua scelta libera, a questo ideale ritiene tutto sia sacrificabile, e non realizza che la scelta era già contenuta nei desideri materni prima ancora della sua nascita.

L'autore segue la sua storia dall'alto, con misto di indulgenza sarcastica e di compassionevole obiettività, svelando passo dopo passo come il suo percorso di liberazione e purificazione non sia altro che il volontario consegnarsi a una più alta schiavitù, quella dell'ideale, mascherata dalla sensuale allure della ribellione contro gli idoli della società borghese.

I miti della poesia al potere, del governo dei giusti e dei filosofi, della purezza del lirismo, dell'ardore giovanile come spinta per il cambiamento e il progresso mostrano da un lato le loro radici nell'apparato della tradizione che vorrebbero annichilire - si tratta del rapporto con la madre - dall'altro il proprio volto feroce e crudele, che antepone l'idea alle persone.

Il protagonista Jaromil, "figlio della primavera", segue le diverse tappe della sua crescita fondendo insieme il suo percorso come uomo e come poeta: quello di Kundera è un nuovo ritratto dell'artista da giovane, ambientato nel clima arroventato della nascita della dittatura comunista cecoslovacca negli anni cinquanta, strettamente legato anche alla vicenda biografica dell'autore.
Non si riesce a guardare a Jaromil e alla sua ingenua crudeltà senza un misto di tenerezza e comprensione. I suoi eroici furori sono legati a un desiderio di assolutezza che è connaturato alla giovinezza, la sua adorazione quasi mistica per la poesia lirica rende vana ogni possibilità di relativizzare e contestualizzare quelle esperienze che costituiscono la vita e che per lui rimangono, tragicomicamente, altrove.

Lo sdoppiamento operato tra Jaromil, che vede se stesso sempre lontano dal suo ideale di realizzazione come uomo-poeta, e Xaver, il giovane rivoluzionario libero e coraggioso si trasforma in allegoria del rapporto mancato, lo scontro, tra idealità e realtà, sublima il conflitto tra il "come il poeta è" e il "come vorrebbe/dovrebbe essere". E l'ansia dell'adeguamento a quell'immagine, adombrata nel padre e repressa nella madre, genera un ardore e un calore che finisce per consumare del tutto Jaromil.

Se il colore che predomina nella narrazione, spoglia e priva di ammiccamenti, è il grigiore nitido e povero dell'architettura di periodo sovietico, il chiarore in cui il poeta si trasforma, vittima e carnefice allo stesso tempo di se stesso, rende il racconto della sua vita avvincente e indimenticabile.

di Alessio Iubatti (Polifilo)

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