Il "Romance" in Italia: tra pregiudizi intellettuali e orgoglio di lettori

In occasione del Festival della letteratura femminile, tenutosi a settembre a Matera, ho avuto occasione di parlare con una delle autrici più importanti del panorama del romance in Italia, Mariangela Camocardi. In quella sede, l’Autrice mi descrisse il misto di irritazione e rammarico che provava quando spiegava ai suoi interlocutori di essere una scrittrice di romanzi d’amore: “Il loro sguardo cambia e diviene un’occhiata di sufficienza, quasi di disprezzo. Per loro sono una specie di analfabeta, una sciocca.”

Questa frase sconsolata mi ha fatto riflettere una volta di più sull’atteggiamento che molti lettori/editori hanno nei confronti di chi che scrive letteratura di evasione, sia essa romance, sci-fi o horror. Chi si dedica a questa produzione patisce una sorta di ghettizzazione e viene loro negata una dignità che in altri contesti – come quello anglosassone – è riconosciuta, tanto da avere riviste specializzate, proprie classifiche e festival letterari.

In particolare, il romance si è evoluto in relazione ai cambiamenti della società e alla sensibilità delle lettrici. Oggi si suddivide in sottogeneri quali il paranormal, l’erotico, o l’urban fantasy, oltre che l’historical fiction, filone principale del romance.

Nella produzione letteraria italiana, il romanzo d’amore non è sconosciuto, tutt’altro. Basti pensare a Delly, Liala, o più indietro, a Carolina Invernizio. Già in quel periodo, queste autrici erano state etichettate con la dicitura di “scrittrici di genere popolare”: un’espressione chiaramente dispregiativa. Tale atteggiamento è sopravvissuto al Sessantotto e al femminismo, che hanno colpevolizzato la letteratura rosa, etichettandola come uno strumento di volontaria sottomissione culturale della donna.

Questo pregiudizio è rimasto e oggi è forte più che mai. Leggere un testo poco impegnativo e gradevole, che abbia in sé un happy ending è diventato sinonimo di ignoranza e di mediocrità. A maggior ragione, chi scrive romanzi d’amore è considerato una persona da poco, con scarsa cultura e con una dignità professionale prossima allo zero.

Nulla di più falso: oggi chi compra romance ha spesso una cultura di livello universitario, un buon lavoro e relazioni familiari serene. Niente a che vedere con le casalinghe disperate. Non sono donne che cercano una fuga dalla realtà: cercano un modo gradevole per passare un pomeriggio, donne che possono leggere romance, così come possono leggere gialli, o saggistica, o thrillers. Si tratta di ragazze o di donne giovani, che spesso leggono in lingua originale e che sono in grado di apprezzare stile e trame.

Le lettrici subiscono con fastidio i pregiudizi che circondano il romance. In Italia sono stati fatti avanti alcuni passi per modificare questa visione provinciale della letteratura di evasione. Un esempio? Le copertine. Una delle due maggiori case editrici del genere, la Harlequin, ha deciso di puntare su cover di qualità, con immagini gradevoli e meno imbarazzanti delle solite viste di amanti avvinghiati.

Dunque, le appassionate di romance stanno prendendo coscienza del proprio ruolo e della loro dignità di lettrici consapevoli.

Come? Il primo Romance day, tenuto in occasione dell’anniversario della nascita di Jane Austen, il 16 dicembre 2009 è un esempio clamoroso. È un evento nato sul web su iniziativa di una lettrice, sponsorizzato dai maggiori blogs di letteratura di genere: la Mia Biblioteca Romantica, Juneross e Officina romance. Ha avuto una notevole risonanza nel web e ha coinvolto lettrici e autrici, in una sorta di dichiarazione di Romance pride.

Soprattutto, ci si sta muovendo “per valorizzare le Rose nostre”, come dice June Ross, una delle blogger più famose nell’ambito della letteratura d’evasione. Le autrici italiane si segnalano per la loro peculiarità e la grande capacità di gestire il format del genere in modo innovativo, dando una svolta qualitativa che dovrebbe essere sostenuta e valorizzata.

Alcune delle nostre autrici mescolano con sapienza ingradienti quali humor e grotesque, così come accade nelle pagine scritte da Stefania Bertola che, grazie alla sua prosa frizzante, garantisce alla lettrice ore di divertimento: basti pensare alle protagoniste di “Ne parliamo a cena” o di “Aspirapolvere di stelle” dove trentenni scombinate e allegre vivono avventure sentimentali che sembrano esilaranti ma che si rivelano vicine alla realtà.

Non si può non parlare di Sveva Casati Modigliani, con i suoi numerosissimi personaggi, o di Maria Venturi. Anche loro, scrittrici premiate da un notevole successo di pubblico, scontano gli effetti di un provincialismo tutto italiano che vede il romanzo d’amore come lettura non dignitosa per donne del XXI secolo (rectius: adatta a semianalfabete e frustrate) e mortifica le autrici con commenti poco lusinghieri. Dobbiamo ricordare anche Mariangela Camocardi, una’autentica decana del romance made in Italy, con più di trenta romanzi all’attivo e un foltissimo seguito di estimatrici.

Si tratta di professioniste che accompagnano il lavoro di scrittura a ricerche storiche approfondite, allo studio dei personaggi, che hanno diritto al riconoscimento di una propria dignità.

Esse possono offrire ciò che chiede il pubblico: storie credibili, forti, piene di sentimento e, nello stesso tempo, curate nell’ambientazione storica e innovative nello stile. Anche nei sottogeneri, come il paranormal o l’erotico, ci sono scrittrici che cercano propri spazi, per scrollarsi di dosso la “sudditanza” culturale e creativa delle autrici americane: anche in Italia si scrive di licantropi e vampiri e sarebbe interessante valorizzare quei talenti che cercano maggiore attenzione.

Quello della letteratura di evasione è un mondo misconosciuto, spesso tacciato di mediocrità. Ciò che molti ignorano è che si tratta di un giro d’affari di alto livello: i volumi mensili vendono tra le venti e le trentamila copie al mese. Non sono cifre gonfiate: basta vedere i dati di vendita di Harlequin e Mondadori-Romanzi e i loro ricavi.

Molti sono i motivi di un tale successo: il basso costo dei volumi, la distribuzione capillare (edicole e grandi catene), la semplicità di trame e di lettura. Stessa cosa, sia pure con cifre minori, si può dire per la sci-fi o per il fantasy, considerati spesso generi per ragazzini o semplicemente “poco nobili”.

Non credo che i lettori dei libri da edicola siano solo dei manipoli di ignoranti che guardano il Grande Fratello e si abbuffano di patatine guardando il cinepanettone. Credo invece che, con il tipico provincialismo che contraddistingue da anni la nostra nazione, si affibbino etichette. Non si vuol riconoscere che un lettore possa leggere volumi differenti, in relazione alle proprie esigenze intellettuali. Credo che, a volte, si senta il bisogno di rilassarsi e di lasciarsi andare senza tenere la mente impegnata, di trovare quella serenità leggera, quasi oppiacea che la vita ci nega. Si vuol stare bene, anche se solo per poche ore, senza impegnarsi, senza riflettere.

In una parola: se sei stanco dopo un anno di lavoro non andrai a leggere il mattone di 400 pagine ma cercherai un testo leggero e poi, dopo passerai al mattone di cui sopra.

A questo punto, credo sia giusto porsi delle domande.

È vero che in Italia si legge poco? O è vero piuttosto che in Italia le classifiche di vendita tengono conto solo della c.d. “letteratura alta”? È vero che questi generi sono “poco impegnati” e dunque privi di una vera dignità, oppure c’è un vero e proprio pregiudizio culturale nei confronti della letteratura di evasione che all’estero è assente (o comunque, molto inferiore)? Davvero chi legge fantascienza o horror, o romance non ha strumenti culturali adeguati? Oppure si tratta di lettori coscienti, che scelgono cosa leggere?

A voi la risposta.

di Stefania Auci
www.morayplace12.blogspot.com
http://officinadeisogni.ning.com/group/morayplace12lapaginadistefaniaauci

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