"Una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza per sé" - di Giusy Teresano


Scrivere una recensione su questo saggio della Woolf, che nel suo divenire assume il ritmo del racconto, non è stato affatto facile, perché in quest’opera è riflessa la complessa personalità della sua autrice, e, come per ogni complessità, è difficile trovare le parole giuste che possano renderle giustizia.
Una stanza tutta per sé raccoglie e dà forma a due conferenze che Virginia Woolf fece a Cambridge nel 1928 e che ebbero per tema “Le donne e il romanzo”: la donna nel romanzo, la donna autrice del romanzo, la donna nella storia della società, la donna per il romanzo.

Fulcro e sintesi dell’opera, da cui deriva il titolo, è la frase "una donna, se vuole scrivere romanzi, deve avere soldi e una stanza per sé". Da queste semplici, prosaiche parole discende poi tutta la riflessione del saggio, che descrive la donna nella sua condizione di succube dell’uomo, di essere materialmente povero e privato della sua indipendenza economica e dignità sociale, se non nel suo tradizionale ruolo di figlia, moglie e madre. Una donna non può scrivere perché non ha una sua indipendenza economica e quindi non può conquistarsi la libertà intellettuale: "la libertà intellettuale dipende da cose materiali. (...) e le donne sono sempre state povere, non soltanto in questi duecento anni, ma dagli inizi dei tempi. Le donne hanno avuto meno libertà intellettuale di quanta ne avessero i figli degli schiavi ateniesi." Fondamentale diviene quindi avere uno spazio in cui potersi esprimere liberamente nella scrittura: una stanza per sé, che è più luogo metaforico che fisico, simbolo della libertà di essere se stesse, ma che nel corso del saggio sembra rischiare di assumere le fattezze di una prigione, qualora la donna non riuscisse a tirarsi fuori da quello spazio ristretto del “soggiorno”, che rappresenta lo spazio quotidiano in cui la donna del tempo era quasi reclusa, per andare a vivere nel mondo.

La profondità del pensiero dell’autrice abbraccia con ironica sagacia l’eterna dicotomia tra elemento maschile e femminile, con l’occhio critico della femminista in grado di individuare e denunciare le debolezze dei rappresentanti del sesso maschile, che tanta letteratura diffamatrice avevano prodotto sulle donne ("Ho parlato del professor X., mettendo in rilievo la sua affermazione che le donne sono intellettualmente, moralmente e fisicamente inferiori agli uomini"), e con lo sguardo attento e saggio di chi sottolinea, con una maturità invidiabile anche ai nostri tempi, la necessità della preservazione della differenza tra i due sessi ("Sarebbe mille volte un peccato se le donne scrivessero come gli uomini, o vivessero come gli uomini, o assumessero l’aspetto degli uomini; poiché se due sessi non bastano, considerando la vastità e la varietà del mondo, come ci potremmo arrangiare con uno solo? Forse l’educazione non dovrebbe sottolineare ed accentuare le differenze, invece delle somiglianze?").

Sebbene sia nato come un saggio, in questo libro affiora di continuo la vena poetica della Woolf, che non smette di stupire il lettore con similitudini ed evocazioni inattese: "le farfalle color di zolfo che svolazzavano qua e là", per indicare le foglie autunnali mosse dal vento, o "Che cosa significa "la realtà"? Sembra essere qualcosa di molto impreciso, che ora si può trovare in una strada polverosa, ora in un pezzo di carta sul marciapiede, ora in un narciso al sole", e ancora "E' questo che ci resta quando abbiamo gettato dietro la siepe la buccia vuota del giorno".

Un libro breve ma non veloce, anzi direi che procede lentamente affinché il lettore si ritagli il giusto tempo per comprenderne il significato. Un testo mai noioso, mai pedante, ma avvincente e ricco di spunti di riflessione, sia per la donna che per l’uomo. Un'ispirazione androgina, come la mente della sua autrice.

di Giusy Teresano
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