Italiani, popolo di allenatori? - di Giuditta Mosca
Fatturato e titoli stampati
L’industria italiana del libro non è malata come si dice. Il fatturato annuo si attesta attorno ai 3,5miliardi di Euro, il dato estremamente interessante è che le vendite di libri per ragazzi (dagli 0 ai 14 anni) ha fatto registrare un balzo verso l’alto del 9,1 %. C’è da chiedersi chi abbia educato alla lettura i giovanissimi, se non i genitori o i parenti stretti che, in ogni caso secondo la nomea, dovrebbero essere pessimi lettori. E qui, il luogo comune che vede gli italiani poco affezionati alla lettura, comincia a scricchiolare. Diventa ancora più improbabile se si considera che le librerie, quelle singole e le catene, aumentano di numero e che gli acquisti online volano (+ 26,7 % nel 2008). Per fatturato e numeri di titoli l’Italia è 7a al mondo. E, con questo dato, si da’ il colpo finale alla teoria secondo cui gli italiani sono pessimi lettori.
Case editrici
Le case editrici attive in Italia, tra piccole e grosse, sono ben 2'600. Sul web proliferano le “case editrici fai-da-te” che permettono a scrittori di ogni sorta di pubblicare a costi relativamente bassi le proprie opere. Ed è boom. Quasi impossibile censirle, tenendo conto del fatto che la Rete non è legata al concetto di territorialità e un italiano può usufruire dei servizi offerti da un “self-editor” americano e viceversa. Dato interessante: proliferano gli scrittori (e non solo in Italia). La domanda è legittima… tanti scrittori e pochi lettori? Sembra essere una negazione in termini.
Troppi libri, pochi lettori?
Questa affermazione invece sembra essere più adatta. Pochi lettori se rapportati alla quantità di titoli proposti, laddove svettano però i Dan Brown, i Tom Clancy e i John Grisham. C’è poco spazio, e ce n’è sempre meno, per gli scrittori di casa nostra e gli emergenti, soprattutto a causa dell’impossibilità di fronteggiare il battage pubblicitario che le grandi case editrici si possono permettere, per annunciare in pompa magna l’imminente uscita del nuovo libro di tale o talaltro scrittore di punta.
Libero libro in libero mercato
Non è vero che gli italiani leggono poco. Potrebbero leggere di più, ovviamente, ma qualsiasi cosa è perfettibile, e non si esime da questa semplice e banale regola neppure il lettore più incallito. Gli italiani, caso mai, non sono aiutati nella scelta. Le case editrici cercano di soddisfare la maggiore domanda possibile pubblicando un numero enorme di libri, spingendo però solo i potenziali best-seller per farli diventare tali, creando così un disorientamento nei lettori che, in buona parte, si concentrano solo sui libri vivamente raccomandati dalla pubblicità mentre potrebbero tranquillamente concedersi qualche lettura in più, se solo entrassero in una libreria e si lasciassero sorprendere. I prezzi di copertina, va anche detto, potrebbero essere più ponderati. Anche in questo caso l’utente finale, cioè il lettore, paga con i propri soldi l’imponente dispiego di mezzi pubblicitari usati dalle case editrici.
Scrittore che vende è uguale a scrittore migliore?
Vige la dicotomia secondo la quale, se uno scrittore vende molto, deve per forza di cose essere bravo. Ragioniamo un attimo insieme: se ciò fosse vero dovremmo dedurre che penne internazionali come Dan Brown e Paulo Coelho sono tra i migliori scrittori in assoluto. Restringendo il campo alla sola Italia il dato sarebbe sconcertante. Al di là degli inossidabili Camilleri ed Eco, dovremmo trarre la conclusione che Fabio Volo e Giorgio Faletti sono tra gli scrittori migliori di casa nostra. Non tocca a noi dirlo. Ma se fossero soltanto quelli che, grazie al marketing, vendono di più?
di Giuditta Mosca





