Convivere con un genio: da John Watson ad Archie Goodwin
Di John H. Watson si conosce la storia. E’ presentata nel primo capitolo di “Uno studio in rosso” (1887), in maniera scarna, veloce, tutta tesa ad introdurre Sherlock Holmes, che è il personaggio centrale del romanzo e che ruba subito la scena a tutti. Eppure il dottor Watson non sparisce, anzi, lo accompagna nella vicenda, di cui è testimone e nel corso della produzione di Conan Doyle diventa lo specchio in cui si riflette il genio di Holmes.
Nessuno lo vedrebbe senza Watson, nessuno lo sentirebbe parlare, nessuno lo vedrebbe arrivare alla soluzione. La gloria di Holmes non esisterebbe senza Watson e non solo nella finzione del romanzo, non solo nel breve trascorrere di un racconto. Non esisterebbe neppure per il lettore. Alla calma, tipicamente british, del dottore, infatti, si contrappone la frenesia della deduzione di Holmes, esaltandola; all’iperattività del detective si oppone la placida pigrizia del dottore. I due elementi così si completano, si equilibrano, e rendono anche meno drammatiche certe situazioni in cui la morte e il delitto altrimenti si tingerebbero di disperazione. E’ questo connubio tra genio e normalità che stempera la tensione, è la presenza silenziosa di Watson che rende l’atmosfera sopportabile. Un esempio ancora più chiaro si ha ne “Il mastino dei Baskerville”, dove per buona parte della vicenda è proprio Watson il protagonista assoluto, mentre Holmes si limita ad agire nell’ombra. La visita di Watson a Dartmoor, in compagnia di sir Henry Baskerville, si presenta come uno scambio di cortesie tra perfetti gentiluomini anche se poi entrambi saranno coinvolti in fatti avventurosi che ben poco hanno a che fare con la calma della campagna inglese. Proprio per questo Holmes manda Watson: la sua presenza non desterà sospetti, passerà inosservata e riuscirà così a fare di Watson un osservatore attento e presente, la giusta guardia del corpo per il giovane Baskerville, in attesa che Holmes dipani la matassa. Il genio si fida del suo compagno, anzi, gli si affida.
Ed è qui che il pensiero vola ad Archie Goodwin. Quanto è diversa l’atmosfera che si respira nella casa d’arenaria della Trentacinquesima Strada di New York. L’appartamento per scapoli nel centro di Londra è sparito. Alle brumose vie intorno ad Hyde Park si sono sostituite le trafficate vie della metropoli americana, alla campagna disseminata di ville e di villaggi un unico immobile ufficio. E’ naturale che anche il rapporto tra i due protagonisti sia cambiato. Rex Stout aveva voluto sperimentare una forma di romanzo giallo del tutto particolare, unendo la detection classica, basata sulla deduzione logica e sull’analisi dei fatti, al romanzo giallo che potremmo definire “d’azione” e che aveva il suo nuovo protagonista nell’investigatore privato duro e disincantato (le massime espressioni si trovano nel Philip Marlowe di Chandler e in particolare nel Sam Spade di Hammett, protagonista, nel 1930, de “Il falcone maltese”). Ci era riuscito ed il merito stava proprio nell’avere inventato Archie Goodwin. Anche lui, insieme al cuoco Fritz Brenner ed al botanico esperto di orchidee Theodor Horstmann, convive con un genio. Nero Wolfe è ancora più ingombrante di Sherlock Holmes e non solo per le dimensioni: orari rigidamente rispettati, abitudini inflessibili che sfociano in vere e proprie fissazioni sono gli elementi che caratterizzano la convivenza (pur sempre volontaria) tra i quattro personaggi, ma in particolare tra Wolfe e Goodwin. Come dice lo stesso Archie il suo compito è di essere il braccio e le gambe del suo “signore”, ma soprattutto di funzionare da pungolo per fargli superare la sua pigrizia, che altrimenti gli impedirebbe di lavorare. Un’altra differenza rispetto alla coppia Holmes-Watson sta nel fatto che ad Archie Goodwin è pagato uno stipendio (argomento questo di divertenti discussioni e che una volta è addirittura il punto di partenza di un giallo) e il genio diventa un vero e proprio datore di lavoro. Anche per questo Goodwin non lesina le forze per sollecitare il proprio “padrone”.
Ma la vera distanza tra Watson e Goodwin sta nel carattere che ad essi viene attribuito dall’autore: tanto Watson è riservato, fedele, silenzioso, osservatore esterno delle mosse del genio (e solo essendo così può farle risplendere), quanto Goodwin partecipa attivamente all’indagine, a lui vengono richieste opinioni in merito al caso, sempre lui fornisce gli elementi concreti che l’immobilità (voluta) di Wolfe non permetterebbe di raggiungere. In questo senso nasce con Goodwin una vera figura di assistente e il genio non è più solo.
Potremmo dire che, in fondo, con Archie Goodwin il dottor Watson raggiunge una nuova dimensione, matura come personaggio del romanzo giallo. E, anche se poi è il genio ad essere ricordato dal lettore, questa maturazione assume un’importanza fondamentale a livello letterario, perché la struttura stessa del romanzo si modifica e nulla è più come prima.
di Guido Aldrovandi





