I Racconti del Gruppo
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I Racconti del Gruppo
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Un posto virtuale dove condividere alcuni propri RACCONTI BREVI che TUTTI potranno PUBBLICARE e LEGGERE liberamente. Si pubblicano e si leggono in Bacheca. Chi vuole li commenta nelle Discussioni. COPYRIGHT: Le opere di questo gruppo sono una proprietà intellettuale degli autori di Yabooks, ed è vietato riprodurle in parte o integralmente senza esplicita autorizzazione degli autori stessi.
Creato:
Martedì 09 Febbraio 2010
Creatore:

Bacheca

Ivano Mario, 2010-11-19 22:56:16
Ivano Mario
La rosa (storia in 3 capitoli):
Cap. 1.
Il treno passa veloce oltre la stazione di Pioltello, un rovo in parte divelto, groviglio informe di spine, costretto da un mucchio di ghiaia che in parte lo copre, e da una pila ordinata di assi, protegge una rosa ancora radicata alla terra... l'occhio è spinto oltre il cantiere e la rosa e già vede altro, la mente trattiene...

Cap. 2
...oltre il finestrino e la pioggia, tra mucchi di ghiaia e sacchi di cemento, una betoniera lavora la mescola del calcestruzzo, dove prima erano il rovo e la rosa: la mente spinge lo sguardo a frugare il cantiere, ma riconosce solo la pila ordinata di assi e il treno veloce è già oltre...

Cap. 3.
...ingombro di macerie e di materiali da costruzione, il cantiere incessantemente si modifica, con addizioni, sottrazioni e spostamenti che ne plasmano lo spazio in forme casuali sempre nuove, ancora sconosciute un attimo prima, imprevedibili nel loro sviluppo e non riconoscibili dalla memoria... eppure lì era la rosa.
 
ross, 2010-08-08 03:42:24
ross
GUIDA PRATICA de LO SMACCHIATORE
Come eliminare un segno a matita

Beh, poiché si è usato una matita è "implicito" che non si tratti di un segno permanente, indelebile. Sarebbe una contraddizione in termini – un nonsense -; eh già! Solitamente perché si usa la matita se non per poter "eliminare" il frutto dei propri errori? Un colpo di gomma e via ...
E se il segno o il tratto di matita non scaturissero dalla tua stessa abilità grafica ma provenissero da un altro "colpo di mano" (colpo di villano?)?
Certo, si potrebbe obiettare che, nell'esatto momento in cui la punta della matita crea un nuovo elemento, rilascia un po' di sé – linee, parole, frasi, connessioni , storie – su fogli di altri, l'oggetto/soggetto da cui tali tratti sono stati creati si dissolve, perde vigore ed importanza.
Vabbè siamo al punto di partenza: l'autore si dissolve, il frutto del suo passaggio resta (per inciso, cosa fa più male? Il passato? Il ricordo? L'assenza di una presenza? Il non avere una gomma tanto efficace da fare "piazza pulita"?) - come cancellare il segno a matita?
Saranno pure dei tratti di lapis tracciati da un artista svogliato ma se il foglio ricettori li avesse percepiti, suo malgrado ed altresì senza alcuna colpa della mano estemporanea, come dei solchi profondi prodromi di futuri "ripassi" a penna?
E se anche si riuscisse a strappare il foglio, gettarlo nel cestino dei rifiuti, quanti di noi, almeno una volta, novelli detecitve, non hanno provato a ripassare il foglio successivo con un'altra matita per scoprire i segni del precedente?
Uf! quanti se e ma e forse.
E se, invece, di matite, penne, calamai, fogli, chincaglierie varie, si usassero i segnali di fumo?
Noooooooooooo! Scendendo nell'ovvio, tutti sanno che VERBA VOLANT e figuriamoci i segnali di fumo, e SCRIPTA MANENT e manent sia se si tracci con matita sia se si utilizzi una penna.
Ancora una volta torna l'interrogativo iniziale: come cancellare un segno di matita? Proviamo con l'inchiostro simpatico come sostituto del lapis?
Noooooooooooo! Anche i bambini sanno che, con una fiamma posta sotto il foglio, l'inchiostro ricompare mostrando tutta la "bellezza del suo tratto"!
Non se ne viene fuori!
Conclusione: "ho fatto la metafora" – il tratto di matita è solo un simbolo di altro.
Chi ha orecchie per intendere, intenda! (Chi non ha spirito di adattamento... beh si cerchi un albergo!).
E perché cancellare 'sto tratto di matita, lasciamolo pure lì a richiamare un tenue ricordo e, forse, con il tempo svanirà da solo senza la necessità di olio di gomito.
 
Valeria Bellenda, 2010-04-20 12:00:38
Valeria Bellenda
Ciao a tutti, sono nuova nel sito...ho appena pubblicato l'inizio di un mio racconto. Ho pensato fosse carino dare un contributo al gruppo!
 
Valeria Bellenda, 2010-04-20 11:55:25
Valeria Bellenda
LA RAGAZZA DELLA NOTTE (GENERE: URBAN FANTASY)

«Vieni con me», propose quella volta. Aveva il sorriso più freddo che avessi mai visto, mi ricordava la durezza del ghiaccio, dava l’impressione che nulla potesse scalfirlo e gli occhi erano di uno strano colore rosso cremisi. «Ti porterò nel Giardino, il luogo dove vivo, piccola orfana».
Provai un leggero fastidio alle sue parole e lui reagì subito, quasi riuscisse a leggerlo nei miei pensieri, «Sedici anni non sono poi molti, sai?».
I capelli neri gli ricadevano morbidi attorno al pallido viso, talmente lisci da sembrare fili di seta. I suoi lineamenti avevano un qualcosa di antico, come se fossero stati messi alla prova dall’instancabile ticchettio dell’orologio e fossero riusciti a perdurare nei secoli.
«Chi siete?».
«Sono un immortale, un non morto».
«Come quelli che hanno ucciso i miei genitori?».
«Sì, come loro».
Avvertii una insolita e pericolosa energia sprigionarsi dal suo corpo.
«Mi farà del male?».
«Al contrario, avrò cura di te».
Nonostante la figura slanciata fosse avvolta in un lungo mantello scuro, non riuscivo ad averne timore. Ogni sua movenza o piccolo gesto mi pareva tanto sinuoso ed elegante da non voler più distogliere lo sguardo.
«Avverto il battito del tuo cuore».
Mi fece cenno di avanzare verso di lui. Quando fui abbastanza vicina, allungò un braccio e mi scostò i capelli a lato. Mi accarezzò la pelle, solleticandola con le dita. Rabbrividii al gelido contatto. Tracciando un sentiero bagnato con la lingua, scese all’incavo della mia gola e vi si soffermò per alcuni istanti.
«La prego, mi trasformi!», supplicai, meravigliandomi delle mie stesse parole.
Trattenni il respiro. La tensione divenne insostenibile per entrambi.
«Speravo che me lo chiedessi».
Schiuse la bocca, scoprì i canini e li affondò nel mio esile collo. Gemetti per il dolore. Succhiò dapprima dolcemente, poi con foga, sottraendomi il caldo flusso rosso dalle vene. Cominciai a sentirmi debole. La testa girava tanto vorticosamente da imbrigliarmi in una ragnatela di immagini e visioni. Non appena fu sazio, si scostò, mostrando labbra carnose e gonfie di sangue. Si pulì, nel tentativo folle di apparire umano ma un rivolo gli scese lo stesso giù per il mento. Si lacerò la carne del polso con i denti, senza batter ciglio. Avvicinò la ferita sanguinante alla mia bocca, secca e impastata. Il gusto metallico del sangue mi inondò di sensazioni mai provate, risvegliò in me una sete che non credevo di avere. Tutto il mio corpo chiedeva quel liquido, lo bramava, ne aveva bisogno. I miei pensieri erano ora dipinti di rosso. Cedetti subito e mi avvinghiai a quel braccio, come se fosse stata la mia unica ancora di salvezza. Mi dissetai, cibandomi della vita di quell’uomo fino a pochi momenti prima sconosciuto e mi sentii legata indissolubilmente a lui.
«D’ora in poi, sarai una Ragazza della Notte ed io il tuo Sire. Non dovrai temere il tempo e niente potrà ucciderti, se non il fuoco e la luce del sole».
Le porte proibite dell’oscurità si dischiusero in un baleno. Divenni una di loro. Un essere contro natura. Una vampira. Dietro di me, solo morte. Davanti a me, l’eternità.
 
Luca, 2010-04-17 12:30:25
Luca
E' una buona idea, ma bisogna stabilire le modalità e chi decide alla fine i vincitori. "Gemellatevi" con il gruppo "Laboratorio delle Idee" dove si decidono e si organizzano i giochi di YB. Collaborazione e interazione per fare cio che vogliamo sia fatto. :)
 
chiara, 2010-04-16 10:12:44
chiara
Buongiorno a tutti! ma nessuno posta più nessun racconto?
Coraggio!!!!!!!!
La butto lì...Si potrebbe fare un concorso di racconti...che ne pensate?
 
chiara, 2010-03-02 16:01:03
chiara
Piove.

Piove, mi piace tanto la pioggia, l’odore delle gocce che bagnano la terra calda. Mi ricorda l’estate, mi riporta bambina. Piove e io sono triste, non vorrei essere qui, vorrei tornare la bambina che ero. Guardare la pioggia e sognare, vorrei essere a casa. Ma casa mia non esiste più, e io non tornerò più una bambina, sono cresciuta, mi sono modellata secondo la idea che gli altri avevano di me, e ora non ricordo più chi sono. So solo che sono sola, e sono triste.
Mentre guardo la strada vedo solo macchine che sfrecciano veloci, i giardini sono vuoti, ci sono due ombrelli sul marciapiede, penso che andrò a dormire, ma sono solo le 2 del pomeriggio, meglio se cambio idea. Devo trovare qualcosa da fare, qualcosa che mi faccia smettere di pensare. Ecco, accendo la televisione, no, così rischio la depressione. Ma perché non ci ho pensato prima? Prendo un libro, un libro per una giornata piovosa e triste, prendo Jane Eyre e dopo due pagine mi perdo, non sono più la donna smarrita che vuole tornare bambina in una casa che non esiste, sono Jane e il Conte Rochester e la sua zia cattiva, e vivo con lei, sento con lei, cammino al suo fianco fino all’ultima pagina e allora alzo lo sguardo e ha già smesso di piovere ed è una meravigliosa notte stellata di luglio.
 
Milo, 2010-02-21 04:47:55
Milo
LA NEVE SUL MARE

Aveva ricominciato a nevicare all’alba.

Halia aveva sentito arrivare dal mare quell’odore estraneo, e i suoi occhi avevano visto, nel primo chiarore del giorno, quella assurda distesa.
Allora aveva spiccato il volo, e si era diretto verso il largo.

Passa il tempo, e il sole ora è più alto, dietro lo spesso strato di nuvole. Halia è un esemplare maschio adulto di aquila di mare dalla testa bianca, è stanco e affamato, ed avanza lentamente, tracciando la sua rotta contro le sferzate gelide del vento e della neve.
Punta a ovest: sa che così sarà più facile tornare, dopo essersi saziato. Avrà il vento a favore. Vola alto.

Riappare finalmente, sotto di lui, il mare. Ma ha un colore strano, e troppi uccelli marini, laggiù, schiamazzando, vi si tuffano affamati.
L’aquila ha la vista acuta, e presto si accorge che, dopo essersi tuffati, molti di loro non si rialzano più in volo. Rimangono nell’acqua a sbattere le ali a lungo, fino a sfinirsi.

Allora decide che continuerà a volare controvento, anche se è ormai allo stremo delle forze, fino e oltre il punto di non ritorno.
Halia vuole ritrovare un mare pulito, e salmoni da mangiare, com’era sempre stato dall’inizio dei tempi, sino a quell’alba.

“Risalire e respirare. Sembrava cosa normale, ma oggi non è.
Mi è arrivato invece, sopra la testa, quello strato scuro come di nubi in cielo prima di tempesta. Ma tempesta non è. E in cielo non è.
E’ una cosa malata che sta sopra il mare. La sento. E là che mi attende, dove dovrò risalire.
Io non so rintanarmi qua sotto, come pesce, per andare lontano.
Né rifugiarmi a terra, come foca o lontra, a trovare illusoria salvezza.
Né volare lontano come uccello di mare.
Nella mia candida vita, tra le prede, io dispensai il terrore.
E’ giunto il momento di sapere.”

Orux, giovane femmina adulta di orca, non poté resistere a lungo, e, malgrado sentisse un presagio di morte provenire dalla superficie, il bisogno di respirare prevalse in lei, e si costrinse ad affiorare.
Soffiò l’aria trattenuta da ormai più di venti minuti nei polmoni, in una colonna di vapore bianco nell’aria gelida del mattino e provò a inspirare cautamente.
Lo sfiatatoio si intasò subito e la poca aria inalata era tossica. Piccole gocce di veleno penetrarono nei bronchi che subito si contrassero in un ancestrale spasmo di difesa. Soffiò di nuovo forte per liberarsi e si immerse nuovamente.
Negli angosciosi minuti seguenti lei capì che era finita, e che qualcosa lassù si frapponeva tra l’acqua e l’aria.
Era innaturale e sinistra, vischiosa e letale, e l’avrebbe uccisa.
La sua apnea questa volta durò poco e lei presto fu costretta ad emergere di nuovo.
Disperatamente affamata d’aria, questa volta inspirò con forza, e conobbe il terrore.

I piccoli vi si erano gettati dentro senza alcun timore. Con il solito entusiasmo e la curiosità di ogni giorno, senza badare ai richiami delle madri allarmate. E poco dopo anch’esse li seguirono, vinta la paura, andandogli in soccorso.

Questa volta non era il cacciatore eschimese dal bastone letale, né l’orca possente, e nemmeno lo squalo dalle molte fila di denti.
Erigh sentì che la morte si proponeva sotto un aspetto nuovo, che lui non aveva mai sperimentato in tutta la sua lunga esistenza.
Si trattenne sulle alte rocce, vecchio maschio di foca spaventato, ed emise un lugubre lamento rivolto al grigiore di quell’alba, e a quella neve, che scendeva fitta.

Gli esemplari che tornavano a terra erano ricoperti da uno strato maleodorante che mascherava il loro vero odore. Venivano evitati, o a volte aggrediti, perché non più riconosciuti come membri del branco.
Le ore passavano e la fame cresceva tra la moltitudine di foche barbate. Occorreva entrare in mare per cercare il cibo, malgrado quella cosa che ripugnava.

Erigh li osservò, uno ad uno, entrare in quel mare fatto veleno.
Rimase sulle rocce levigate, il più in alto possibile, isolato.
Decise che per lui non sarebbe più stato il tempo di nutrirsi.

La giornata è trascorsa, e ora manca poco al tramonto.

Il giovane Norman, in piedi, osserva Knud, il vecchio pescatore, dondolare piano sotto la tormenta, mentre, spinto dal vento gelido dell’Artico, gira pigramente su sé stesso, tutto coperto di neve.

I candidi fiocchi hanno appesantito il tetto della sua capanna, e sepolto la sua barca, alata in secco. Ammantano la pianura, la strada, la spiaggia poco distante.

Oggi nascondono anche il mare, avendo formato un leggero strato irreale, che ondeggia piano, galleggiando.

Non è mare ghiacciato, è neve che galleggia sopra il mare: l’impossibile che prende forma.

Norman non aveva mai visto questa cosa.

Il ragazzo, immobile, pensa alla fine del mondo, o che almeno tutto ciò deve assomigliargli un poco.
Poi lo percorre un brivido, estrae il coltello da pesca, e comincia a segare la corda ghiacciata che trattiene il corpo di suo nonno.

All’alba, l’eschimese Knud, aveva visto formarsi, sotto la tormenta di neve, quella coltre bianca che fluttuava, inconcepibile, sulle flebili onde di un mare che era diventato nero.

Quel manto immacolato stava ricoprendo, con i suoi candidi fiocchi, undici milioni di galloni di petrolio greggio, reso denso dal gelo, che galleggiava sul mare e inondava la costa.
Come un pietoso sudario, la neve occultava l’immane catastrofe, e le centinaia di migliaia di animali marini, morti o agonizzanti.

Il vecchio Knud, troppo stanco per guardare oltre, si era impiccato, davanti alla sua casa, sulle ultime propaggini della cittadina di Valdez, in fondo al Prince William Sound, in Alaska, quella mattina, sul finire di marzo.
 
Milo, 2010-02-21 04:46:30
Milo
UNA PIETRA

Il bambino non era scappato di casa.

E neanche lo avrebbe sfiorato il pensiero di non tornarvi per l’ora di cena.

Solo che aveva cominciato a camminare. E adesso non si fermava più. E nemmeno riusciva a tornare indietro. Le sue gambe lo portavano, e lui seguiva le sue gambe, mentre lo sguardo cercava di svelare gli angoli più nascosti della costa, oltre i muretti di recinzione, al di là della scarpata della ferrovia, attraverso l’intrico dei cespugli di pitosforo.

Il marciapiede era stretto, a volte mancava, e le automobili gli sfrecciavano pericolosamente vicine percorrendo troppo veloci quella statale tortuosa.

Il bambino andava ad Ovest.

Alle volte si tirava su la manica del giubbetto leggero, e guardava il suo piccolo orologio, e si accorgeva che si stava facendo tardi. Allora, invece di fermarsi e tornare indietro, affrettava il passo.

Dopo una curva, una scogliera bellissima si presentò ai suoi occhi: era granito, levigato dal mare e dal vento, e i suoi massi creavano delle forme meravigliose e misteriose, piene di anfratti e ampolle naturali, come piccole piscine, lambite dalle onde di quel mare. Il profumo del vento, ricco degli effluvi marini raccolti fin dal Golfo del Leone, inebriava.

Quell’angolo meraviglioso era a più di cinquanta metri sotto la strada. Un pendìo scosceso, disseminato di sassi, sterpaglie, piante grasse e dirupi divideva il bambino da quel luogo incantato.

Non ci pensò due volte, e scavalcò il guard-rail. Cominciò la discesa cercando con gli occhi il percorso più facile. A volte sbagliava e si trovava sul ciglio di una forra, per cui doveva risalire e ricominciare.

Si sdrucì i pantaloni, si escoriò mani, ginocchia e avambracci, finì contro un’agave, che per fortuna non lo ferì. Ma finalmente arrivò alla scogliera.

Si accorse che poco distante sbucava una stradina sterrata che portava su, alla nazionale. Meno male, non avrebbe fatto fatica a tornare.

Quella discesa gli aveva preso più tempo del previsto, ormai era tardo pomeriggio. Il bambino lo sapeva, ma non voleva pensarci. Si sentiva orgoglioso e felice. Il suo viaggio avventuroso lo aveva condotto in un posto fantastico. Gridò di gioia e si diede subito all’esplorazione di quella scogliera meravigliosa. Scoprì il Grande Lago Salato dei Ricci di Mare, la Guglia Misteriosa, l’Isola delle Scimmie e la Grotta dell’Eterno Fragore. Qui si fermò, si sedette, e pensò che sarebbe stato bello vivere lì. Per sempre.

Il sole tramontò e poi brillò la luna, che si fece alta nel cielo. Il bambino scoprì con meraviglia quale riflesso straordinario sapesse fare quell’astro misterioso sulla superficie del mare, e con immenso stupore si accorse che quel riflesso lo seguiva. Allora si mise a correre lungo gli scogli per vedere quella scia argentata che non lo lasciava un attimo e lo rincorreva come un cagnolino. Rideva felice. Quella sera il mare e la luna erano diventati suoi.

Poi si fermò, e capì di essere irrimediabilmente in ritardo; cominciò a preoccuparsi per i suoi genitori, soprattutto per la vecchia nonna apprensiva. Non voleva che soffrisse. Ma non voleva nemmeno abbandonare il suo regno.

Allora raccolse una pietra. Era di granito, di forma ovoidale, levigata e grande come una noce di cocco. Era pesante. La raccolse dal mare tiepido di quella sera di maggio.
La accarezzò, se la mise, ancora grondante, su di una spalla, e si avviò verso casa.

Note: A quel tempo non c'erano telefonini... ;)
 
Milo, 2010-02-21 04:44:40
Milo
MICHEL

Per mia fortuna e per ironia della sorte non mi restava proprio altro da fare nella vita.
Quella cosa che amavo.
Perché, incredibile a dirsi, io con Lei sapevo volare alto, e correre veloce. Superare in altezza tutti gli astanti. Giganteggiare.

Così, nel fare quella cosa, ci ho passato tutta la mia, fin troppo breve, esistenza.
Mi piaceva tanto.

Molti di loro venivano a vedermi come quando si va al circo.
Al loro entrare c'era tutto un gran brusìo, un vociare di morbosa attesa, confuso rumore.
La maggior parte di loro era lì per vedere.
Vedere questo fenomeno.
Questo scherzo della natura.
Io.

Vedere.
Vedere.
Vedere.
E qui che a volte scivolavano. Avevano sbagliato azione, il verbo transitivo era un altro.
E finiva che alcuni si facevano male, ma solo un poco, e uscivano sgomenti.

Perché era lampante che quando io lo facevo, che quando io facevo quella cosa lì, non c'era proprio nulla da vedere.

Niente che attirasse l'attenzione morbosa per più di due minuti.

Niente che valesse il prezzo del biglietto.

Nessuno però ha mai chiesto il rimborso.

Perché, di solito, all'uscita, dopo gli applausi scroscianti, e le loro urla, le richieste del bis, che concedevo sempre, anche a costo di uccidermi... ...perché, di solito... all'uscita del pubblico dalla sala...

...c'era tutto quel grande silenzio tra di loro.

Allora tendevo l'orecchio a quel silenzio, e sorridevo.
 

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Ciao a tutti! Il 2 marzo Chiara postava il suo lavoro "Piove" ne "I Racconti del Gruppo". Perché ne parlo ora? Perché, lo confesso, mi ero ultimamente scoraggiato e non pensavo più che nessuno pubblicasse qui una propria opera, e... semplicemente avevo tralasciato di andare a controllare... Me ne scuso con Chiara!!! Ho aperto ora la discussione sul suo contributo e spero che vi partecipiate... e che poi altri lavori seguiranno in bacheca... Ciao a tutti e scusate la disattenzione!! D'ora in poi seguirò di più Yabooks, prometto!!! ^____^
Martedì 09 Febbraio 2010 da Milo

Discussioni

Iniziata da graziella caropreso
Iniziata da Milo Ultima risposta di chiara il Giovedì 18 Marzo 2010
Iniziata da Milo Ultima risposta di Milo il Giovedì 11 Febbraio 2010
Iniziata da Milo Ultima risposta di Milo il Giovedì 11 Febbraio 2010

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