Angela

Angela

di Alessandra Magarelli

Secondo indizio del gioco letterario "Il filo di Arianna"

Non ero mai riuscita a leggere in autobus eppure quel libro mi faceva stare bene, niente nausea da viaggio di ritorno a casa, né mal di testa, l’avevo letto tutto d’un fiato fino al punto in cui cominciò a parlare della nonna, erano immagini così familiari che, se non fosse stato per lo stile inimitabile dell’autore, poteva sembrare che l’avessi scritto io.
Sembrava scritto pensando a mia nonna, che se ne stava seduta sulla soglia della porta, aperta alla notte stellata e immensa, così chiusi il libro e dolcemente sognai di lei.

Era bella mia nonna, e non lo dico tanto per dire, solo perché il ricordo delle persone care le rende tutte belle. Lei era bella davvero. Quando passava per le strade del paese, a passo svelto diretta alla bottega di famiglia, gli uomini facevano a gara per darle il buongiorno, si toglievano il cappello, facevano un inchino e poi, appena lei passava, sospiravano.
Non ho preso da lei, non le assomiglio affatto eppure lei è il mio primo ricordo, il suo odore di cipria e sapone non l’ho mai dimenticato e non l’ho più ritrovato.
Se chiudo gli occhi sento ancora lo scorrere dell’acqua nel lavatoio, è stato il primo suono che ho provato a riprodurre nel mio limitato linguaggio di bambina, e lei lì, bella nel suo grembiule bianco di bucato sull’abito scuro, a lavare i miei pannolini di stoffa, usati centinaia di volte ma sempre profumati di sole.

Guardo spesso la sua foto, quella che le piaceva tanto, in cui era giovane e sorrideva al mondo: è in bianco e nero, di un epoca in cui ogni scatto era un momento raro da custodire gelosamente, prima dell’era digitale dei mille scatti usa e getta; è in bianco e nero ma i miei ricordi aggiungono i colori, i capelli neri lucidi a onde ordinate, le labbra rosso scuro “pittate” per l’occasione a risaltare sulla pelle chiara e gli occhi azzurro cielo che guardano in alto come le attrici dell’epoca.
E attrice avrebbe potuto esserlo.

Era bella mia nonna, ma la vita aveva in serbo altro per lei: cinque figli da crescere, quelli sopravvissuti alla morte, ché a quei tempi spesso la morte arrivava troppo presto perché i bimbi diventassero uomini; e il marito da aiutare in bottega, anche quando c’era poco da vendere, perché la guerra uccideva al fronte ma lasciava poco per vivere anche a chi rimaneva a casa, e quel poco andava diviso pure tra chi non poteva pagare se non con la gratitudine e le preghiere...

Non è stata facile la vita di mia nonna, bella come le dive che ogni tanto guardava sulle riviste che qualcuno portava dalla città. Neanche la domenica o nei giorni della festa patronale ad agosto ci si poteva riposare, c’erano la bottega e i panini con la mortadella per accontentare i clienti che andavano in piazza ad aspettare la processione, ma la processione passava anche davanti alla bottega e allora per devozione in quei minuti tutto si fermava, si andava in strada per il segno di croce e l’Ave Maria. Qualche volta mia nonna prendeva la mia mano nella sua, miracolosamente morbida nonostante il lavoro di tutti i giorni, e con la scusa di portarmi a vedere la Madonna si attardava un po’ sotto la statua di San Michele a guardare il paese illuminato a festa e ad ascoltare la banda che si allontanava.

Era bella anche la casa di mia nonna, era la mia casa, la casa che la mattina profumava del caffellatte che lei lasciava raffreddare in cucina, prima di fare colazione inzuppandoci il pane dentro, e il caffellatte freddo ha un odore inconfondibile, forse per questo non amo né il latte né il caffè caldo. La casa di pietra a due piani, che conoscevo così bene, eppure nella mia mente di bimba era sempre così piena di luoghi meravigliosi, con le strette scale a chiocciola che portavano in terrazza dove mi era proibito andare perché i gradini erano scivolosi e ogni volta che ci provavo arrivava mia nonna che mi rispediva giù; con il terrazzo che quando mi ci portavano era una festa perché, terrazzo dopo terrazzo, l’uno addossato all’altro, potevo arrivare a vedere la Cattedrale e, dietro, il mare.

La casa di mia nonna aveva due bagni minuscoli e non c’era vasca né doccia, ma lei tirava fuori una grande tinozza di plastica azzurra e strigliava tutti i nipoti a portata di mano, poi faceva il bagno anche lei. Era sempre in ordine mia nonna, ci teneva alla sua bellezza, a raccogliere i lunghi capelli in una crocchia ordinata fermata da cento forcine, a passare sul viso un velo di cipria rosata e a mettere sul collo due gocce di acqua di colonia.
E’ sempre rimasta bella mia nonna in tutti gli anni che mi è stata accanto, fino ad una notte di Natale in cui nonna Angela, senza salutare nessuno, con ali leggere, è tornata nel suo mondo di stelle a danzare su fili di luce.

NOTA: Nel testo che hai appena letto ci sono degli indizi per riconoscere il libro misterioso. Se hai scoperto qual è o se vuoi commentare "l'indagine" insieme a noi, scrivi nel Gruppo Il filo di Arianna.

Commenti (3)

Alessandra Magarelli

Mi sento onorata dai vostri apprezzamenti, soprattutto perchè volevo fare un omaggio a mia nonna e a tutte le donne di un epoca ormai passata e, se ci sono riuscita, ne sono felice. Grazie e lei e a voi...
Pezzo potente e pieno di emozione, denso, ricco... "le Donne che siamo diventate" è vero Giusy, ce le portiamo tutte dentro. Grazie Ale del bellissimo racconto!!!

Giusy (Scarlett) Teresano

Oddio... Indizi e gioco a parte, questo post mi ha fatto commuovere. Sarà che più si cresce e più ci s'immedesima nella vita degli altri, di chi amiamo, di chi abbiamo amato, ma scritti come questo riportano a galla ricordi, profumi, sensazioni sopite e mai dimenticate. Sensazioni che portiamo sotto la pelle e che sono sempre pronte a riaffiorare. La mia nonna, le donne della mia famiglia... le Donne che sono diventata. Sono tutte dentro di me, legate con un filo che non si spezzerà mai. Grazie Alessandra...
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