Messaggi in bottiglia: Giuda baciava da Dio

Giuda baciava da Dio

di Máira Papathanassopoulou

Ieri era uno di quei giorni che venerdì 17 a confronto è un ballo in maschera… anzi, devo dire che io di venerdì 17 ho fatto sempre tante cosine belle: esami, concerti, incontri con amici, partenze… ma le giornate come quelle di ieri le odio.
Quelle in cui tenti di dare una svolta positiva e ti si ritorce contro, quelle in cui anche le persone che dovrebbero conoscerti non ti capiscono e ti fanno sentire sbagliata e ti ritrovi a pensare tristemente “ma vuoi bene proprio a me o a ciò che vorresti che io fossi?”.
Perché a volte fa differenza. A volte spesso.

E non c’è niente di più triste che doversi giustificare con un’amica o con una persona a cui vuoi davvero bene. Proprio come accade ad Eleni. Per fortuna, in giornate così c’è sempre un sorriso in cui inciampi per caso, basta essere disposti a riconoscerlo.

Così, febbricitante e con un attacco di mal di pancia che ricorderò per i prossimi dieci anni, mi ritrovo su un treno freddo e maleodorante per un rientro imprevisto a casa. Se non fosse stato per lei mi sarei trovata a finire, forse, il libro di Saramago, ma chissà se il mal di pancia e la nausea mi avrebbero permesso di apprezzare le sottigliezze delle sue memorie.
Invece, poco prima di salire, lei mi aveva detto sorridendo “devi leggerlo, si legge tutto d’un fiato, ma attenta perché ti ritroverai a ridere da sola e ti prenderanno per matta!”.

Avevo sorriso, incuriosita dal suo entusiasmo, accettando il libro perché cavolo, un libro non si rifiuta mai e pensando che forse, in una serata così, ci stava proprio bene un libro che ti facesse prender per matta.

Non ci conosciamo così bene io e lei. I suoi ricci biondi, i suoi modi gentili, le sue mani che carezzano timide e delicate. Altra generazione lei, quella di mia madre, eppure siamo così simili a volte… le donne intendo.

Perché in fondo in fondo, anche le più indipendenti, le più intelligenti, le più ciniche, prima o poi finiscono per essere almeno una volta nella loro vita solo delle “sciocche donne”. Donne innamorate e pronte a giustificare qualunque cosa nell’oggetto del loro amore cieco. E ci si ritrova così pian piano senza accorgersene a mortificarsi, a spegnersi, finché non vieni mollata o cornificata, come accade alla protagonista, perché “non sei più quella di una volta”. O semplicemente perché è arrivata una più giovane, più vecchia, più bionda, più mora o meno innamorata di te e cieca di te.

Inizia così il libro, dall’implosione di una storia come tante.
E all’improvviso ti chiedi: come ci sono arrivata io qui? I difetti dell’oggetto del tuo amore appaiono all’improvviso visibili ed indigesti, eppure, in fondo in fondo, saresti ancora disposta a…

Eravamo uniti, da diciassette anni, nel sacro vincolo del matrimonio.
Che per me era veramente sacro.
E per lui era veramente un vincolo…

E dopo la prima pagina inizio a ridere, da sola, come promesso, con il vicino di treno che tentava di allungare l’occhio, e ridevo, nonostante i crampi alla pancia e la tristissima visita obbligata al bagno del regionale. No, dico, bagno di un treno pendolari regionale a fine giornata! E invece io ridevo, da sola, con le lacrime agli occhi.

Io chiudevo gli occhi e vedevo le cose che più mi commuovevano. Lui chiudeva gli occhi e, dopo un po', si addormentava. Io insistevo sul sesso sicuro. Lui reagiva alla vista di un preservativo come chi deve mangiare un cioccolatino con tutta la stagnola. Io restai incinta a diciassette anni. Lui rimase incastrato a ventitré.”

E in Eleni vedevo me stessa, le mie amiche, le mie sorelle, tutte le splendide sciocche donne della mia vita… c’era chi poteva impersonare quel racconto alla perfezione e chi l’aveva appena sfiorato, chi ci era caduta in pieno e chi ne aveva vissuto solo una parte, chi, senza saperlo, si era salvata da un futuro del genere solo perché la segretaria era arrivata prima del matrimonio… e magari piangeva ancora del suo primo grande amore interrotto. Senza sospettare di aver vinto un terno al lotto.

Sono arrivata a casa sfinita, dal freddo e dalla stanchezza, ma sorridente e con un tè bollente in mano ho continuato la lettura fino alle due. Ero ancora un po’ triste per la piega che aveva preso la mia giornata, ma sorridevo di quel regalo imprevisto di una donna che giorno per giorno conosco e stimo sempre di più.
È facile confondere la delicatezza con la debolezza, l’amore col bisogno, ma una donna non dovrebbe mai fare questo errore: mai giudicare un’altra donna troppo debole o fragile. L’ho sempre pensato e sempre lo penserò. Dentro ogni sciocca donna c’è un’anima libera ed una mina vagante. Un’ironia nascosta e una storia attraente da sciogliere. Una sorpresa.

Mi sono addormentata come un sasso svegliandomi troppo presto.
Rimasta finalmente sola, mi sono occupata della colazione e di rendere civile la cucina. Poi, con una enorme tisana di foglie di alloro, che nonna mi avrebbe preparato volentieri se avesse potuto essere ancora qui ad occuparsi della mia pancia, mi sono accoccolata sotto il piumino.
Dalla finestra si vedeva il mare e il profilo delle altre isole scure, gli alberi storditi dal vento. Sono tornata al mio libro e l’ho finito, tutto d’un fiato, ridendo di gusto.

Chiudendolo, ho pensato ad Anna Maria e al suo sorriso delicato. Alla ragazza che è stata, alla donna che è, a quella che sarà… ed ho pensato che vorrei vederle sempre quel sorriso che la rende bella come una “capocchia” di camomilla.

Messaggi in bottiglia è una Rubrica a cura di Maya Matteucci


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