Messaggi in bottiglia: Il racconto dell’isola sconosciuta

Il racconto dell’isola sconosciuta
di José Saramago


Nessun uomo è un’isola” diceva il poeta John Donne in uno dei suoi celebri versi, eppure, eppure… qualche dubbio in proposito l’avrei. Le isole, per una che fa il mio mestiere, che ha studiato biologia ed ecologia, e che vive su di un’isola, sono qualcosa di meraviglioso ed affascinante, un laboratorio in cui veder applicate le leggi che regolano l’evoluzione, la genetica, i sistemi complessi come quelli biologici e, non per ultimo, la miscellanea di questi con le regole dell’uomo.
Perché a volte ce ne dimentichiamo, la natura non è astrusa dall’uomo, l’equazione maggiore naturalità e assenza dell’uomo non sempre è valida. Anzi, in una visione meno antropocentrica, l’uomo non è altro che uno dei componenti, magari uno dei più invadenti se vogliamo, dell’ecosistema, degli ecosistemi, del pianeta.
Ma sempre elemento appartenente all’insieme…

Le isole poi, se scaviamo nelle leggende e nei miti e nella nostra cultura personale, sono luoghi dell’animo, prigioni da cui scappare come il Conte di Montecristo, luoghi dove mettersi alla prova come Robinson Crusoè, dove rifugiarsi come Peter Pan e luoghi magici da raggiungere per trovare la pace… come le isole delle leggende celtiche che galleggiavano sull’acqua e scomparivano all’alba.

Ne Il racconto dell’isola sconosciuta José Saramago parla invece di un’isola che contiene emozioni ed idee ancestrali.
Un’isola che non rappresenta una parte del nostro essere, ma che è il nostro essere, la nostra essenza stessa.
La scoperta, il coraggio, l’uomo, la donna, l’amore.
E soprattutto la ricerca di se stessi...

Messaggi in bottiglia: I pesci non chiudono gli occhi

I pesci non chiudono gli occhi
di Erri De Luca


Conoscevo Erri De Luca da qualche intervista, conoscevo qualcosa della sua storia. Ma quando di qualcuno, in particolare se scrittore, si parla troppo, io mi irrigidisco e mi metto sulle difensive. Amo leggere senza conoscere la faccia degli scrittori, almeno per il primo libro.
Amo la pagina stampata e l'odore della carta. Non i visi sul retro di copertina, né gli “official web site” degli autori moderni. Così, dato che non mi basterà una vita per leggere tutto ciò che vorrei e tutto ciò che merita di esser letto, il povero De Luca era rimasto da parte per il solo fatto di essermi apparso prima come viso e poi come copertina.

Ma caso volle che qualche mese fa inciampassi in libreria in una sua opera, “Il peso della farfalla”: non la comperai, nonostante fossi stata attratta dalla copertina, perchè non avevo un euro in tasca ed era il primo mese senza stipendio.
In capo ad una settimana mi fu regalato da amici, in cambio di ospitalità nella mia casa isolana. Presi atto quindi di un volere più grande di me e lo lessi con gusto. Su quell’onda lessi poco dopo “Tu non c’eri”, “Nel nome della madre” e i “Pesci non chiudono gli occhi”.
Dico questo per palesarvi che è stato amore: istantaneo, fulmineo, alla faccia del pregiudizio che mi aveva tenuto lontana!

Amo della sua scrittura la pienezza, la sintesi e l’eleganza che lo rendono un classico. Amo il coraggio di trattare temi filosofici e di riflettere sui grandi sentimenti, e sul senso della vita, senza vergogna, senza la necessità di fingersi cinici per compiacere il pubblico moderno, o mostrarsi newage e buonisti per accalappiare gli ultimi romantici dispersi nel mare dell’editoria contemporanea. Amo di lui la dissacrante capacità di parlare d’amore senza averne pudore.
Non sono molti i libri contemporanei che hanno come protagonista un ragazzo di dieci anni, i suoi pensieri, i suoi disagi e la sua metamorfosi. Bisogna tornare a Pasolini o a Pirandello per trovare un protagonista che non sia né eroe né antieroe, ma che sia semplicemente un fantastico meraviglioso punto di vista sul mondo...

Messaggi in bottiglia: L’anno dei dodici inverni

L’anno dei dodici inverni
di Tullio Avoledo


Un anno fa mi capita tra le mani: lo cercavo per conto di una persona, lo trovai in una splendida libreria di Ascoli; pagai e regalai il libro il giorno stesso al "legittimo" proprietario.  Rimase tra le mie mani troppo poco ed insieme ad una tribù di altri libri che quel giorno, in quella splendida libreria, avevo acquistato con gusto. Non ebbi modo di iniziare a leggerlo, ma credo che mi bastò tenerlo in mano per restarne legata. 

Persi i contatti con quella persona non molto tempo dopo, senza sapere se lo avesse mai letto, e se gli fosse piaciuto; si trattava di un lettore onnivoro e inconcludente, di quelli che spiluccano libri, che non li divorano mai per interno. L'esatto opposto di ciò che faccio io. 

Due giorni fa, in attesa del treno pendolari, entro nella solita grande libreria della Stazione Termini: mi basta scorgere il dorso della copertina per riconoscerlo. Sorrido.
Fingo di non averlo visto, perché non ho voglia di ripensare a quel lettore inconcludente. Eppure mi rendo conto di averci pensato più volte a quel libro e al suo autore, di cui ero certa di non aver mai letto nulla.
Gironzolo per la libreria, trovo un titolo che mi incuriosisce ed uno nuovo di zecca di uno dei miei autori preferiti e, mentre ripasso per quel corridoio in direzione della cassa, "lui" mi cade sui piedi ed io inciampo. Mi fermo. Gli occhi della ragazza in copertina, nascosta dietro le veneziane, tra i miei piedi.
Resto ferma.
Amo fotografare e quella foto è davvero intensa.
"Il libro varrebbe anche solo per quell'immagine", penso.
Mi inginocchio e lo prendo. “Va bene, ho capito, vuoi venire a casa con me, sei un libro intraprendente”, penso mentre mi dirigo verso la cassa...

L’uomo che odora di sabbia

05 Gennaio 2012 1 Commenti Parola all'Autore

Stefano Fazzini, professore, saggista e guida sahariana

Oggi c’è foschia e il mare ha lo stesso colore del cielo, dalla finestra della cucina guardo il grigioperla del mare che sfuma nel cielo senza nemmeno la sottile linea di demarcazione che gli infiammati tramonti di gennaio mi regalano solitamente da questa postazione privilegiata. Qui, dalla mia isola. Ho una tazza di tè fumante speziato ed una mail da rileggere. Ho tempo per rispondere perché il mio amico non tornerà ad essere reperibile prima della fine della settimana… sta “facendo un po’ di sabbia” come ama dire lui. 

Il mio amico non lavora in un cementificio e la sabbia a cui si riferisce è quella sottilissima e rossa del Sahara… il mio amico è una guida sahariana. Spesso ci scambiamo gli scritti e ci usiamo vicendevolmente come correttori di bozze, così so che dovrò aspettare la fine della settimana per risentire la sua voce su skype e per leggere una sua mail.
Il mio amico è uno scrittore atipico, come molti autori contemporanei non si è mai interessato di essere pubblicato perché è troppo impegnato a vivere una vita piena e stimolante.
Vivere per raccontarla” diceva Gabriel Garcia Marquez.

E forse mi rimprovererebbe di averlo definito autore, ma so di non fargli torto definendolo un vero  viaggiatore. Stefano non è mai stato un turista, io credo, anche se non ci conosciamo da tantissimo tempo so bene che un nomade nell’animo non può mai essere un turista e che il suo modo di affrontare un viaggio è molto più simile a quello di un esploratore del secolo scorso che di un uomo moderno. Stefano ha viaggiato molto, lungo molti paralleli e molti meridiani, dalla Siberia all’Africa ed attualmente cammina lungo le piste di sabbia del Sahara, pensa, riflette e scrive...

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