Mara

Mara

di Maya Matteucci

Quarto indizio del gioco letterario "Il filo di Arianna"


Mara entra in cucina, lascia cadere la borsa sulla poltrona di vimini, la macchina fotografica tra i cuscini, cerca veloce nella borsa morbida e stanca il cavetto della reflex, la collega al computer e lascia che il programma di analisi di immagini inizi a scaricare il lavoro della giornata. Pian piano lo libero… sfoglia il libro tra le dita Mara, l’ha riletto ancora e ancora eppure ogni volta che lo legge qualcosa di nuovo affiora dal gomitolo della memoria. Dalle pagine del libro scivola il referto delle analisi, volteggiando vola a terra, Mara si piega, lo raccoglie, lo incastra di nuovo tra le pagine del libro.

Che scompaia tra le pagine, tra l’oscurità dei doppi nodi, pensa Mara. La ventola del computer si accende, fatica a raffreddare l’attrezzatura, la cucina sembra una serra, il sole batte da mezzogiorno al tramonto sui vetri della portafinestra affacciata sul mare, sembra la cima di un faro pensa Mara.
Si avvicina alla finestra e apre i vetri. Il tramonto invade la stanza con i suoi colori cupi e terrosi, hanno la morbidezza del fango, sono caldi e vivi. Sembra che respirino. Odora di limo questo tramonto, pensa Mara. Come me.

Fischia la teiera, Mara si bagna nella risacca di penombra che ha invaso la cucina. Sceglie il suo tè, sceglie la sua tazza. Il tramonto tentenna ancora, qualche ondata di luce invade la stanza. Si siede al computer, inizia a scorrere le foto ma tiene ancora la mano poggiata sulla copertina del libro. Lo apre all’improvviso e vi affonda il naso. Respira forte e sorride. Mara ha sempre amato l’odore della carta stampata. Sorride mentre l’odore del tè rosso africano si fonde con quello della carta riciclata delle pagine del libro. Mentre scorrono le foto, sullo schermo, compare un messaggio di Elena.
-ciao, ma che fine avevi fatto?
Mara sorride, beve un sorso di tè e aspetta qualche secondo prima di rispondere.
-ehi?
-ciao Ele.
-oh finalmente!
Mara sorride. Ma non risponde.
-ecco, sei sparita di nuovo.
Prova un delizioso filo di sadismo a tenere Elena sulle spine per una manciata di secondi, ma non di più, solo una manciata.
È un filo lungo, quello che le unisce, invisibile ma lunghissimo, passa attraverso il mare attraverso gli anni attraverso il caso e ha un colore verde e azzurro, scintillante, come il mare che le divide illuminato da un sole brillante e da un vento sostenuto che gonfia le onde...

Quel che resta del giorno

Quel che resta del giorno

di Kazuo Ishiguro

Leggerlo è come accarezzare un velluto spesso, resistente e setoso. Una prosa ricca e musicale. Una narrazione che scorre quieta come il navigare sulla superficie di un lago, che viene increspato inaspettatamente da improvvisi soffi di vento. Il vento delle emozioni, che annegate sotto la superficie tornano a galla durante i temporali, a ricordare l'umanità dei personaggi.

La narrazione in prima persona disegna l'attesa dell'incontro finale, delineato fin dalle prime pagine e sviluppato lungo piani temporali diversi che conducono il lettore attraverso gli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, in un intrecciarsi di "accadimenti cruciali per il nostro secolo" e vicende personali, solo all'apparenza meno rilevanti. In un microcosmo domestico in cui i potenti della Terra fanno irruzione, alterandone la rassicurante routine, anche la più miserabile delle azioni sembra assumere un'importanza vitale. Sul canovaccio della riflessione razionale del protagonista, che vorrebbe ricondurre ogni gesto alla giustezza dei Grandi e all'opportunità nei comportamenti, schizzi d'emozione interrompono la monocromia del pensiero logico, creando squilibri ineluttabili che impreziosiscono la miseria di una vita in cui ogni sorta di turbamento è tenuta a distanza di sicurezza.

Onore, etica, correttezza, educazione. Appartenenza. Stevens è un congelatore emotivo, naviga lungo la superficie delle cose, senza mai avventurarsi nelle sue profondità, per affrontare le quali è impreparato, come un subacqueo senza il boccaglio. Ha fatto della sua professionalità un credo; della devozione al ruolo un'abnegazione del sé; della razionalità una roccaforte in cui rifugiarsi dall'assedio dei sentimenti. Ma una roccaforte può essere una prigione dalla quale è difficile uscire in tempo per vivere una vita piena.

Tutta la storia ha un filo conduttore latente: il senso del tempo. Infinito quando è ancora da venire, breve come un sospiro quando è ormai passato. Inafferrabile, come il senso degli avvenimenti, di cui riusciamo ad avere coscienza solo a posteriori, guardandoli dalla distanza, quando è ormai tardi per poterli influenzare. E' come se Ishiguro tra le righe ci ricordasse che il nostro tempo è finito, che le occasioni vanno colte quando ci si presentano, senza rimandarle, perché se aspettiamo troppo può accadere che la possibilità di oggi divenga il rimpianto di domani.

Un libro meraviglioso.

Recensione di Giusy Teresano

Lara

Lara

di Lorena Pennese

Terzo indizio del gioco letterario "Il filo di Arianna"


Chiudo il libro. Devo chiamare Mara, ringraziarla per avermelo consigliato. Bello perdersi nei ricordi altrui, è come aprire finestre su una vita che non c’è più, su un mondo che non c’è più... Dal gomitolo attorcigliato dei miei ricordi, immagini suoni odori riaffiorano lentamente... Guardo fuori, oltre i vetri appannati: nevica. Da anni non vedevo nevicare, a Roma poi è un evento assoluto. È bella la neve... candida, pura, pulita, magica al punto da riuscire a coprire perfino l’odore pesante dell’aria di città. Affacciarmi, stamattina, e trovare il giardino coperto da una spessa coltre bianca che emergeva brillante dall’oscurità gelida e’ stato fantastico.. La bimba che sono stata e’ riemersa d’un colpo dal groviglio dei doppi nodi, vitaadulta e venadicinismo, routinequotidiana e frenesiamoderna, e mi sono scoperta ad osservare il giardino incantato con lo stupore estatico dell’infanzia... 

Il secondo pensiero è corso ai trasporti che sicuramente sarebbero andati in tilt rendendo la vita impossibile a mezza città, ma il primo è stato di assoluta spontanea meraviglia! “Niente come la neve ha il potere di farci tornare bambini” mi dico, guardando il fuoco scoppiettare nel caminetto. La neve, il fuoco, i ricordi.. tiro un filo che dalla matassa delle memorie spunta birichino, impossibile ignorarlo, sembra chiamarmi, mi sembra quasi sciolto... Vanno trattati con cura, i ricordi, con amore.. Pian piano lo libero, lasciando vagare la mente nei giardini del passato, quando la vita era facile e leggera... E’ un filo lungo, che mi riporta indietro nel tempo, verde  come i boschi delle mie montagne, e azzurro come solo il cielo sopra le alte vette sa essere... Un filo che mi riporta ad una Lara bambina.. ad un altro salotto, un altro caminetto pieno di ceppi infuocati…

Ho dieci anni, è il primo giorno dell’anno, e fuori nevica… La piccola casa è invasa dai profumi del pranzo che la mamma sta preparando di là, in cucina, dal rumore familiare delle sue mani che manovrano mestoli e coltelli, dal sibilo delle pentole che bollono.. chissà cosa avrà preparato di speciale, la mia mamma dalle mani d’oro! In salotto intanto, accoccolati accanto al caminetto, io e il mio papà prepariamo la colazione: spesse fette di pane abbrustolite sulla brace sono pronte a tuffarsi nel caffellatte fumante, mentre altro pane aspetta paziente il suo turno per finire sui carboni ardenti. Sullo spiedo sono ordinatamente infilzate delle grosse salsicce, lo sfrigolio del grasso che si scioglie è musica per le mie orecchie, il profumo che riempie il salotto stuzzica l’appetito. E’ talmente intenso e delizioso che arriva persino alle camere al piano di sopra, svegliando i miei fratelli, rientrati all’alba dopo la notte in discoteca...

Angela

Angela

di Alessandra Magarelli

Secondo indizio del gioco letterario "Il filo di Arianna"

Non ero mai riuscita a leggere in autobus eppure quel libro mi faceva stare bene, niente nausea da viaggio di ritorno a casa, né mal di testa, l’avevo letto tutto d’un fiato fino al punto in cui cominciò a parlare della nonna, erano immagini così familiari che, se non fosse stato per lo stile inimitabile dell’autore, poteva sembrare che l’avessi scritto io.
Sembrava scritto pensando a mia nonna, che se ne stava seduta sulla soglia della porta, aperta alla notte stellata e immensa, così chiusi il libro e dolcemente sognai di lei.

Era bella mia nonna, e non lo dico tanto per dire, solo perché il ricordo delle persone care le rende tutte belle. Lei era bella davvero. Quando passava per le strade del paese, a passo svelto diretta alla bottega di famiglia, gli uomini facevano a gara per darle il buongiorno, si toglievano il cappello, facevano un inchino e poi, appena lei passava, sospiravano.
Non ho preso da lei, non le assomiglio affatto eppure lei è il mio primo ricordo, il suo odore di cipria e sapone non l’ho mai dimenticato e non l’ho più ritrovato.
Se chiudo gli occhi sento ancora lo scorrere dell’acqua nel lavatoio, è stato il primo suono che ho provato a riprodurre nel mio limitato linguaggio di bambina, e lei lì, bella nel suo grembiule bianco di bucato sull’abito scuro, a lavare i miei pannolini di stoffa, usati centinaia di volte ma sempre profumati di sole.

Guardo spesso la sua foto, quella che le piaceva tanto, in cui era giovane e sorrideva al mondo: è in bianco e nero, di un epoca in cui ogni scatto era un momento raro da custodire gelosamente, prima dell’era digitale dei mille scatti usa e getta; è in bianco e nero ma i miei ricordi aggiungono i colori, i capelli neri lucidi a onde ordinate, le labbra rosso scuro “pittate” per l’occasione a risaltare sulla pelle chiara e gli occhi azzurro cielo che guardano in alto come le attrici dell’epoca.
E attrice avrebbe potuto esserlo.

Era bella mia nonna, ma la vita aveva in serbo altro per lei: cinque figli da crescere, quelli sopravvissuti alla morte, ché a quei tempi spesso la morte arrivava troppo presto perché i bimbi diventassero uomini; e il marito da aiutare in bottega, anche quando c’era poco da vendere, perché la guerra uccideva al fronte ma lasciava poco per vivere anche a chi rimaneva a casa, e quel poco andava diviso pure tra chi non poteva pagare se non con la gratitudine e le preghiere...

Ritratti d'Autore: Elio Barbero

31 Maggio 2012 0 Commenti Ritratti d'Autore

La staffetta della memoria

Elio Barbero

Impegno sociale e amore per la propria terra


Il caldo e l’odore dell’estate sono giunti nella mia isola. Sale il ponente dal mare fino alla collina su cui è stata costruita tanti anni fa questa vecchia casa. C’è una distesa di campi, di fossi, di canneti e poi, lontano, di case, prima che l’occhio giunga al porto e al mare, il mio Tirreno. Oggi, lattiginoso, sembra più distante del solito. Ma basta quel filo di Ponente per portare la salsedine fino alla narici e ricordarti che lui è lì, basta allungare la mano.
Il naso si riempie dell’odore del fieno appena tagliato, ieri è venuto l’omino del fieno, un amico che taglia l’erba del nostro terreno, la imballa, se la prende per i suoi animali e ce ne lascia un po’. Per i nostri pochi animali ne basta poca. Baratto, nessun accordo scritto, nessuna dimenticanza, anno dopo anno da che io ho ricordo, si ripete lo stesso rituale, non ci sono contratti, basta la parola data. Gratitudine verso mio nonno, che accompagnò sua madre, contadina e venditrice al mercato, a partorire in ospedale. Mio nonno aveva l’automobile all’epoca, per lavoro, una rarità. Ci nacque quasi su quell’automobile il nostro amico, e poi crebbe giocando con i figli di mio nonno e da allora, prima bambino, poi adulto, ogni anno aiuta l’estate ad arrivare tagliando il fieno, liberandone l’odore. Ritmi e consuetudini estranee alla società che mi circonda, in cui so di essere aliena. E felice di esserlo. 

Da ieri, da quando hanno tagliato il fieno la mia testa si è trasferita in piena estate, non c’è nulla da fare, basta un odore per distruggere la razionalità. Basta un odore a trasportarti nel luogo della memoria, dove il tempo ha tempo di svolgersi, senza fretta. Da ieri penso e ripenso, anzi vedo scorrere di fronte agli occhi la calura dell’estate piemontese, odorosa di fieno fresco e di canali di scolo. Era umida e calda Alessandria quell’estate, e gli Altini, le colline che ospitano il casale dei miei amici, profumati di campi ancora verdi, di fossati, di granoturco, di foglie di noce e orti in penombra.
La nebbia la mattina, la rugiada la sera, a coprire tutto, così diverso dal caldo torrido della mia isola, dalle argille scure e secche della maremma. Dal nostro odore di meridione.
Dondolo tra i ricordi di quell’estate di due anni fa e penso ad Elio, il padre dei miei amici, fu in quell’estate che ci conoscemmo. Fu una conoscenza discreta, delicata, e credo che ci piacemmo all’istante. Lui, buon oratore, io curiosa ascoltatrice.
Appassionato di storia ed ex sindacalista proprio come mio padre trascorse qualche pomeriggio e qualche serata a raccontarmi della sua Alessandria, di quel tempo della parola data, della resistenza, delle prime lotte sindacali, del mondo femminile che esce a testa alta, della costruzione della coscienza del lavoratore. Ed io mi persi ad ascoltarlo sentendo le parole di Sibilla Alerano nel suo romanzo “Una donna”. Avrebbe detto mio padre, col suo solito “sense of humor”, “peccato fosse del sindacato sbagliato!”. Ma la cosa che ho imparato fin da bambina, proprio da quel padre, è che la diversità è ricchezza e che gli avversari vanno rispettati. Mio padre amava gli avversari all’altezza, odiava i lestofanti, di qualunque fazione fossero, un ladro è un ladro, sotto qualunque bandiera si nasconda. Se si fossero incontrati all’epoca di quelle lotte, si sarebbe piaciuti, ne sono certa. Li ha divisi una generazione e molti chilometri...

Petra

Petra

di Francesca Mancini

Primo indizio del gioco letterario "Il filo di Arianna"

Ciao…  che ci fai qui, tutto solo? Chiese Petra al libro dimenticato chissà da chi su una panchina lungo il viale della villa, e si sedette accanto a lui. L’aria in quel giorno di primavera profumava di mandorli in fiore. Il sole era tiepido e piacevole. Prese il libro con entrambe le mani e lo aprì su una pagina a caso. E’ un uomo come tanti altri in questa terra, in questo mondo. Un soffio di vento improvviso voltò la pagina. La pelle scoperta degli avambracci rabbrividì a quella carezza inaspettata. Guardò le braccia bianche e tonde e le sue mani di donna. Ripeté sottovoce le parole appena lette e ricordò. 

Bagheria. Fine anni ’70. Una calda mattina d’estate. La mano grande e ruvida dello zio stringe la sua, piccola e morbida. Una mano grande come il suo cuore e ruvida come la sua corazza. Lei lo guarda dal basso, ha otto anni, e lui sembra ancora più alto di quello che è. Il filo d’erba tra le labbra e il fazzoletto bianco annodato ai quattro angoli. Andiamo... E’ un uomo taciturno, che apre bocca solo per dire l’indispensabile. Petra si era sempre chiesta se quel filo d’erba fosse attaccato con la colla, perché lei non riusciva a parlare con un filo d’erba tra le labbra. Ci aveva provato tante volte e lui le diceva solo che non riusciva a tenerlo tra le labbra perché lei parlava troppo. Già. Parlava e parlava lei...

Il filo di Arianna

Il filo di Arianna

di Maya Matteucci

La primavera ha inondato ogni interstizio, il sole s’è spinto fin dentro casa illuminando l’enorme brocca azzurra con i rami di mimosa. Fiori tenda sole gialloprepotente ovunque.
All’orizzonte, sopra un mare lattiginoso, il profilo delle mie isole. Aspetto il tramonto, come la visita di un amico di famiglia, è stata una giornata faticosa e pressoché inutile, e una poesia mi esplode improvvisa in testa.
"Ognuno sta solo sul cuor della terra, trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera." Diceva Quasimodo.
"Ognuno sta solo". Già. E mi chiedo per quale filo della memoria io sia giunta dalla primavera alle isole ed infine a Quasimodo.
A volte il filo logico dei pensieri che unisce ogni giorno le nostre reti neuronali, il passato ed il futuro, sfugge al nostro controllo. Ognuno sta solo, gira e rigira nella mia testa, guardo le isole e penso a venerdì, al treno pendolari, al libro di memorie che avevo in mano. Ma non so perché… sto lasciando fluire i pensieri fuori dalla rete neuronale così come la luce gialloprepotente dentro gli occhi.

È stata una frazione di secondo, venerdì, ho realizzato che era la “mia” stazione, che dovevo scendere a quella fermata perché avevo un appuntamento con lui e che non dovevo tornare a casa, l’ho buttato in borsa, il mio libro, e mi sono catapultata, zaino in spalla, giù dalle scale.
Il treno s’è fermato e mentre scendevo tra le centinaia di persone accalcate che tentavano di salire ho pensato quante di loro hanno lo stesso libro in borsa?
È stata come una doccia fredda ed ho iniziato a guardare tutti con sospetto pensando eh, tu ce l’hai in borsa, vero? E magari pure della stessa edizione…
Ognuno di noi sta solo sul cuore della terra, anche e soprattutto quand’è in compagnia. Tra le centinaia di persone con cui viaggia, con cui lavora e con le decine che frequenta, spesso anche con quelle con cui convive più o meno consciamente. Ha un odore intenso e deciso la solitudine, quando arriva la riconosci...

Recensioni: La ragazza e l'inquisitore

La ragazza e l’inquisitore

Di Nerea Riesco

Sono da sempre una lettrice onnivora che segue tracce olfattive in ogni direzione, cercando di non farsi frenare né dalle abitudini tanto meno dai pregiudizi. Apprezzo molto i romanzi storici, soprattutto quando sono scritti con intelligenza ed eleganza. Storco il naso, invece, quando qualcuno deforma gli eventi storici per raccontarci una storia che poteva tranquillamente  ambientare a Disneyland. 

Per il mio compleanno mi vedo recapitare ogni anno decine di libri, regalo di chi mi conosce bene o di chi non conoscendomi abbastanza si affida all’unica mania che della sottoscritta si intuisce al primo colpo d’occhio. Un paio di libri sempre in borsa, pile di libri accatastati in casa, deduzione facile anche per i poco intuitivi.
La ragazza e l’inquisitore era in cima al nuovo comodino fatto di libri, costruito dopo i festeggiamenti del mio compleanno. Ha gareggiato per alcuni giorni con altri quattro, ho la pessima abitudine di leggere in contemporanea più libri, finché non ha preso il sopravvento sugli altri, aggiudicandosi il primato di libro della settimana. Mi ha tenuto così compagnia in treno, in metro, in autobus, nel letto la sera e ieri, nel silenzio e nella solitudine dovuta dei post festeggiamenti. Quelle giornate ovattate e surreali in cui non squilla il telefono, non si sentono stereo a tutto volume, in cui potresti essere ad esempio nel 1600. 

E ieri sono stata almeno per tre ore nel 1600, nella Spagna devastata dalla povertà, dalla pestilenza, dall’inquisizione. Mi sono goduta i passaggi più arditi e ho seguito i voli pindarici della mente dell’inquisitore Salazar che ha perso la fede e cerca il demonio per ritrovarla.
Personaggio fantastico, Salazar, in cui sono raccolti i dubbi e le angosce dell’uomo contemporaneo, e in cui non si può non identificarsi fin dalle prime pagine.
E poi sono stata Ederra e poi sono stata Mayo… la guaritrice esperta e la guaritrice bambina che parte per il suo viaggio di iniziazione. Nell’intreccio delle loro storie riaffiora la Storia, quella vera, delle torture e della scienza, della lotta tra la religione di Stato e la spiritualità delle campagne, ma soprattutto trasuda la Storia del secessionismo e dello sfruttamento, degli intrighi politici ed economici alla base della storia di ogni Nazione d’Europa. Un modo elegante e realistico di raccontare un periodo così oscuro ed un genocidio di cui ancora non si è presa coscienza. Di cui troppo spesso si parla come di un incidente di percorso, come di una leggenda metropolitana...

Ritratto d'Autore: Donatella Di Pietrantonio

30 Aprile 2012 0 Commenti Ritratti d'Autore

Parole fatte di terra parole fatte di acqua

Donatella di Pietrantonio

Intensa ed impetuosa come un fiume d’Abruzzo

È stata una settimana impegnativa. Lunga e stancante. Ma anche di piccole soddisfazioni. Torno alla mia isola con qualche livido eppure con una sensazione di serenità nella pelle. Una sensazione che non percepivo da tempo. Questa notte ha piovuto molto. Ha piovuto violentemente.
Sentivo la pioggia battere sul tetto della soffitta e pensavo alla mia isola inghiottita forse dalla stessa burrasca, e a quando, da bambina aggrappata alla mano di nonno sul balcone affacciato a ponente seguivo lui che mi indicava le trombe marine formarsi e disfarsi all’orizzonte.
E ancor oggi accade qualcosa nella mia testa quando piove così forte. L’odore probabilmente. Deve essere l’odore della pioggia o forse anche il rumore, che mi riportano lì.

Mio nonno mi raccontava storie, mi raccontava di Arsita, del piccolo paesino d’Abruzzo che sua madre lasciò ancora bambina seguendo genitori in cerca di lavoro e fortuna. Ci sono stata in quel paesino, in cerca di loro e dei loro fantasmi, poco meno di un anno fa, dopo aver letto un libro meraviglioso, “Mia madre è un fiume” di Donatella di Pietrantonio.
Ed è trascorso esattamente un anno da quando tornando a casa dal lavoro trovai quel libro sul letto, era arrivato per posta. Il regalo di un amico abruzzese che non vedevo da tempo.
Me ne innamorai fin dalle prime pagine e divorai quell’opera prima con una foga inaudita ed una sensazione di incredibile familiarità. Mi sorpresi di quella piccola coincidenza che rendeva le nostre famiglie inconsapevolmente conterranee. Mi lasciai bagnare da quelle parole… che sono fiume in piena.

Ora torno alla mia isola dopo una settimana impegnativa. Qualche livido sul corpo, qualche livido sull’anima. So che passerà. Anche la burrasca è terminata e il sole si spalma sulla casa e sul giardino affacciati sul mare ancora cupo. Respiro l’aria della mia isola e trovo nella posta di questi giorni una mail di Donatella. Sorrido, mi piace questa donna, mi piace come scrive, mi piace come pensa, direbbe Sciascia che condividiamo gli stessi circuiti mentali.

Ho iniziato a scrivere in terza elementare - scrive Donatella - rispondendo alle mie petulanti domande- cioè quando ho acquisito una minima padronanza della parola scritta. Non c'è un evento particolare alla base di questo "vizio", semplicemente ho trovato in modo del tutto naturale e spontaneo "quella" modalità di espressione del mio mondo interiore...

Nuovi Autori: Elvio Calderoni

Nuovi Autori: Elvio Calderoni

Intervista a cura di Francesco Passa


YB: Elvio, a nove mesi dall'esordio...tentiamo un bilancio?
Be', meglio di così non potrebbe andare, è andata in stampa la seconda edizione di "Lasciamisenzafiato" in questi giorni. Ricevo pareri appassionatamente positivi, di lettori coinvolti, di personaggi che ti entrano dentro e non ti abbandonano nemmeno dopo la fine della lettura... per cui c'è di che essere soddisfatti!

YB: Ma facciamo un passo indietro: la scrittura inizia come un sogno e poi diventa realtà....
Sì... all'inizio è un sogno davvero! Anche perché mentre scrivi, non fai che questo, immagini, sogni. Che poi penso sia la ragione principale per cui l'uomo ha bisogno, sia da fruitore che da attore, dell'arte in generale e della letteratura in particolare: il bisogno di sognare. Quando diventa realtà... be'.... è un colpo! Tenere il tuo libro tra le mani, la prima volta, è qualcosa di incancellabile.

YB: Che sensazioni avevi prima durante e dopo la pubblicazione?
Prima: ho atteso molto, sia per scrivere che per pubblicare. Nel senso che ho scritto all'alba dei 40 anni. Prima mi ero cimentato, più volte e per tanti anni, con la scrittura funzionale, sceneggiature per cortometraggi, copioni di commedie brillanti, pezzi di cabaret, qualche racconto. Non mi sentivo maturo per il romanzo. Poi... è scattato qualcosa ed è nato "Lasciamisenzafiato". Anche per l'entrata nella mia vita della casa editrice giusta ho aspettato parecchio: un anno dal primo invio del file e dalle prime spedizioni ( ne approfitto per dire a tutti: evitatele, sono pressoché inutili dispendiose e fanno perdere tempo ed energia, molto meglio il web! ). Le solite proposte a pagamento o acquisto copie, contratti sgrammaticati, editori che fanno dell'editoria il loro secondo o terzo mestiere....

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