Sette notti d’insonnia
di Elsa Osorio
Quando ho chiuso il libro, ormai a notte fonda, mi sono ricordata tutto d'un tratto del perché quand’ero molto più giovane mi piacevano tanto le raccolte di racconti. Ero bambina e già, mi ricordo bene, frugavo negli scaffali della libreria dei miei in cerca di antologie o di raccolte di racconti. Poi mi chiudevo in bagno e con la scusa che avevo “da fare” restavo lì a leggere passando da un racconto all’altro.
Mi perdevo completamente nel mondo che racconto dopo racconto si faceva tridimensionale e mi inghiottiva. In modo diverso da come ti inghiotte un romanzo: pian piano, un buon racconto ti crea un mondo attorno in poche righe. E’ un’epifania. Una visione. Perché nel racconto, breve, succinto, essenziale, c'è tutta l'anima della scrittura e dello scrittore. Io all’epoca non lo sapevo che cosa mi rapisse in quell’alternarsi di storie e di umori in cui il narratore era allegro e subito dopo triste, emozionato e poi cupo, eppure sempre lui senza mai ripetersi. All’epoca non avrei saputo dire cosa mi faceva stare aggrappata pagina dopo pagina, però accadeva… con Rodari, con Calvino, con Buzzati, con Yourcenar, a dimostrazione che la letteratura per l’infanzia non deve per forza essere di serie B.
Nei racconti di Sette notti d'insonnia c'è tutta la scrittrice di romanzi come Lezioni di Tango e I vent’anni di Luz, due capolavori della letteratura sudamericana contemporanea, col suo stile asciutto ma femminile e i suoi appunti storici e, in più, c'è la poetessa che scrive racconti surreali cinico-noir, ironici-noir alla Cortazàr...
|
Questo è un concorso per chi ama, chi ha amato e amerà. Per chi è capace di emozionarsi, di sognare, di dichiarare i propri sentimenti.
"Quattro righe d'amore": un messaggio di San Valentino, struggente e breve come nella migliore tradizione dei biglietti nei cioccolatini.
Lasciamo sempre piccole tracce di noi nelle cose che facciamo: qui lasciamo una traccia di ciò che sentiamo. Perchè, come direbbe un grande poeta del nostro tempo, "la vita è un brivido che vola via" e di brividi d'amore per fortuna ce ne regala tanti.
Leggi tutte le Righe in concorso...
|
Il più grande fiore del mondo
di Josè Saramago
Do sempre appuntamenti in libreria. Sono una persona molto puntuale e questo significa che normalmente aspetto. Aspetto molto. A volte moltissimo. In libreria il tempo che aspetto non è mai tempo perso. Ultimamente ho pochi liquidi in tasca e meno ancora nella prepagata che soffre il solletico ogni volta che la strofino tra le mani sperando che vi esca un genio a cui esprimere un unico desiderio: ricaricare la mia prepagata solo per pagare libri e biglietti di treno o nave! Che un modo per mangiare lo si trova sempre... Insomma, se un giorno ti trovi in libreria aspettando l'ennesimo ritardatario senza un euro in tasca cosa fai? Inizi a leggere qualcosa che tu possa finire in giornata, ovvio. Io d'altra parte ho sempre letto molto rapidamente...
La scorsa settimana mi aggiravo per la sezione infanzia per vedere se fosse uscito qualcosa di nuovo del mio amore Gianni Rodari e invece mi imbatto in questa meraviglia di Saramago, non sapevo che avesse scritto qualcosa per l'infanzia e mi metto a leggere subito molto incuriosita.
Il libro inizia così: "Le storie per l'infanzia devono essere scritte con parole molto semplici, perché i bambini sono ancora piccoli, e quindi conoscono poche parole e non amano usare quelle complicate. Magari sapessi scrivere storie così, ma non sono mai stato capace di imparare, e mi dispiace. E poi, bisogna saper scegliere le parole, occorre un certo non so ché per raccontare, una maniera molto diretta e molto chiara, una pazienza infinita. E a me manca quanto meno la pazienza, cosa di cui chiedo scusa. Se avessi tutte queste qualità, potrei raccontare, nei particolari, una storia bellissima che un giorno ho inventato…"
Mi accovaccio a terra, seduta sui talloni come fanno gli indonesiani, un modo comodo per stare accoccolati, spero che il mio "incontro" faccia davvero tardi, il libro non è lunghissimo ma me lo voglio gustare per bene, sento già quella smania del "devo finirlo"...
|
Patrizia Angelozzi. Giornalista e scrittrice dell’anima.
Il secondo giorno di Febbraio è iniziato con terrificanti previsione meteorologiche, si aspetta la neve, anche se qui nella mia isola la neve è un evento eccezionale. Dubito che la mia spiaggia rocciosa si imbiancherà e che rimarremo muti e attoniti ad osservare lo spettacolo di ghiaccio Eppure, penso, non mi dispiacerebbe, ci vuole anche un tempo per la lentezza e per i ricordi. Un’immagine lontanissima nella memoria, di un mare incorniciato di neve, mi solletica un sorriso. Oggi la mia isola sembra persa tra le nebbie dell’oceano, come le isole delle fiabe celtiche, sospese a pelo d’acqua. Ho un buon dolce al cioccolato ed un tè bollente tra le mani, una miscela di tè verde tunisino con pesche e mele disidratate. In fondo, penso, ho sempre un tè bollente tra le mani e una storia da raccontare, soprattutto in giornate così. La mia storia di oggi si chiama Pat.
Patrizia l’ho incontrata per caso, nel mare agitato del web, amica di un amico. Ci siamo incontrate leggendo. La nostra è un’amicizia di lettere, di parole, di progetti ed interessi comuni. Di corrispondenza di amorosi sensi, avrebbe detto qualcuno. Patrizia abita un mare che conosco, quello da cui il sole sorge e non tramonta, una terra, l’Abruzzo, che amo perché ricca di impegno sociale e civile. Ha iniziato a scrivere da bambina, come tutti coloro che contraggono o nascono con questa “buffa malattia”, per cui scrivere resta una necessità di cui non si può fare a meno. Scriveva composizioni, embrioni di poesie, già alle scuole elementari; scriveva ovunque, mi ha raccontato una volta, su carta di ogni tipo, su fogli e vetri appannati, per la disperazione di sua madre. Poi, crescendo, si è appropriata di computer, cellulare e tutto ciò che le capita a tiro quando quel qualcosa deve uscire, quando il bozzolo deve rompersi e la creatura sfarfallare. Patrizia scrive di umori e di maree dell’animo, di personaggi pieni di sfaccettature, di vite complesse, di chi spesso rema contro corrente, e poi Patrizia scrive di donne, donne meravigliose e piene di sfumature, donne fragili ed entusiaste, romantiche e confuse, di un mondo femminile tanto complesso e variegato quanto affascinante...
|
Il racconto dell’isola sconosciuta di José Saramago
“Nessun uomo è un’isola” diceva il poeta John Donne in uno dei suoi celebri versi, eppure, eppure… qualche dubbio in proposito l’avrei. Le isole, per una che fa il mio mestiere, che ha studiato biologia ed ecologia, e che vive su di un’isola, sono qualcosa di meraviglioso ed affascinante, un laboratorio in cui veder applicate le leggi che regolano l’evoluzione, la genetica, i sistemi complessi come quelli biologici e, non per ultimo, la miscellanea di questi con le regole dell’uomo. Perché a volte ce ne dimentichiamo, la natura non è astrusa dall’uomo, l’equazione maggiore naturalità e assenza dell’uomo non sempre è valida. Anzi, in una visione meno antropocentrica, l’uomo non è altro che uno dei componenti, magari uno dei più invadenti se vogliamo, dell’ecosistema, degli ecosistemi, del pianeta. Ma sempre elemento appartenente all’insieme…
Le isole poi, se scaviamo nelle leggende e nei miti e nella nostra cultura personale, sono luoghi dell’animo, prigioni da cui scappare come il Conte di Montecristo, luoghi dove mettersi alla prova come Robinson Crusoè, dove rifugiarsi come Peter Pan e luoghi magici da raggiungere per trovare la pace… come le isole delle leggende celtiche che galleggiavano sull’acqua e scomparivano all’alba.
Ne Il racconto dell’isola sconosciuta José Saramago parla invece di un’isola che contiene emozioni ed idee ancestrali. Un’isola che non rappresenta una parte del nostro essere, ma che è il nostro essere, la nostra essenza stessa. La scoperta, il coraggio, l’uomo, la donna, l’amore. E soprattutto la ricerca di se stessi...
|
I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca
Conoscevo Erri De Luca da qualche intervista, conoscevo qualcosa della sua storia. Ma quando di qualcuno, in particolare se scrittore, si parla troppo, io mi irrigidisco e mi metto sulle difensive. Amo leggere senza conoscere la faccia degli scrittori, almeno per il primo libro. Amo la pagina stampata e l'odore della carta. Non i visi sul retro di copertina, né gli “official web site” degli autori moderni. Così, dato che non mi basterà una vita per leggere tutto ciò che vorrei e tutto ciò che merita di esser letto, il povero De Luca era rimasto da parte per il solo fatto di essermi apparso prima come viso e poi come copertina.
Ma caso volle che qualche mese fa inciampassi in libreria in una sua opera, “Il peso della farfalla”: non la comperai, nonostante fossi stata attratta dalla copertina, perchè non avevo un euro in tasca ed era il primo mese senza stipendio. In capo ad una settimana mi fu regalato da amici, in cambio di ospitalità nella mia casa isolana. Presi atto quindi di un volere più grande di me e lo lessi con gusto. Su quell’onda lessi poco dopo “Tu non c’eri”, “Nel nome della madre” e i “Pesci non chiudono gli occhi”. Dico questo per palesarvi che è stato amore: istantaneo, fulmineo, alla faccia del pregiudizio che mi aveva tenuto lontana!
Amo della sua scrittura la pienezza, la sintesi e l’eleganza che lo rendono un classico. Amo il coraggio di trattare temi filosofici e di riflettere sui grandi sentimenti, e sul senso della vita, senza vergogna, senza la necessità di fingersi cinici per compiacere il pubblico moderno, o mostrarsi newage e buonisti per accalappiare gli ultimi romantici dispersi nel mare dell’editoria contemporanea. Amo di lui la dissacrante capacità di parlare d’amore senza averne pudore. Non sono molti i libri contemporanei che hanno come protagonista un ragazzo di dieci anni, i suoi pensieri, i suoi disagi e la sua metamorfosi. Bisogna tornare a Pasolini o a Pirandello per trovare un protagonista che non sia né eroe né antieroe, ma che sia semplicemente un fantastico meraviglioso punto di vista sul mondo...
|
L’anno dei dodici inverni di Tullio Avoledo
Un anno fa mi capita tra le mani: lo cercavo per conto di una persona, lo trovai in una splendida libreria di Ascoli; pagai e regalai il libro il giorno stesso al "legittimo" proprietario. Rimase tra le mie mani troppo poco ed insieme ad una tribù di altri libri che quel giorno, in quella splendida libreria, avevo acquistato con gusto. Non ebbi modo di iniziare a leggerlo, ma credo che mi bastò tenerlo in mano per restarne legata.
Persi i contatti con quella persona non molto tempo dopo, senza sapere se lo avesse mai letto, e se gli fosse piaciuto; si trattava di un lettore onnivoro e inconcludente, di quelli che spiluccano libri, che non li divorano mai per interno. L'esatto opposto di ciò che faccio io.
Due giorni fa, in attesa del treno pendolari, entro nella solita grande libreria della Stazione Termini: mi basta scorgere il dorso della copertina per riconoscerlo. Sorrido. Fingo di non averlo visto, perché non ho voglia di ripensare a quel lettore inconcludente. Eppure mi rendo conto di averci pensato più volte a quel libro e al suo autore, di cui ero certa di non aver mai letto nulla. Gironzolo per la libreria, trovo un titolo che mi incuriosisce ed uno nuovo di zecca di uno dei miei autori preferiti e, mentre ripasso per quel corridoio in direzione della cassa, "lui" mi cade sui piedi ed io inciampo. Mi fermo. Gli occhi della ragazza in copertina, nascosta dietro le veneziane, tra i miei piedi. Resto ferma. Amo fotografare e quella foto è davvero intensa. "Il libro varrebbe anche solo per quell'immagine", penso. Mi inginocchio e lo prendo. “Va bene, ho capito, vuoi venire a casa con me, sei un libro intraprendente”, penso mentre mi dirigo verso la cassa...
|
Stefano Fazzini, professore, saggista e guida sahariana
Oggi c’è foschia e il mare ha lo stesso colore del cielo, dalla finestra della cucina guardo il grigioperla del mare che sfuma nel cielo senza nemmeno la sottile linea di demarcazione che gli infiammati tramonti di gennaio mi regalano solitamente da questa postazione privilegiata. Qui, dalla mia isola. Ho una tazza di tè fumante speziato ed una mail da rileggere. Ho tempo per rispondere perché il mio amico non tornerà ad essere reperibile prima della fine della settimana… sta “facendo un po’ di sabbia” come ama dire lui.
Il mio amico non lavora in un cementificio e la sabbia a cui si riferisce è quella sottilissima e rossa del Sahara… il mio amico è una guida sahariana. Spesso ci scambiamo gli scritti e ci usiamo vicendevolmente come correttori di bozze, così so che dovrò aspettare la fine della settimana per risentire la sua voce su skype e per leggere una sua mail. Il mio amico è uno scrittore atipico, come molti autori contemporanei non si è mai interessato di essere pubblicato perché è troppo impegnato a vivere una vita piena e stimolante. “Vivere per raccontarla” diceva Gabriel Garcia Marquez.
E forse mi rimprovererebbe di averlo definito autore, ma so di non fargli torto definendolo un vero viaggiatore. Stefano non è mai stato un turista, io credo, anche se non ci conosciamo da tantissimo tempo so bene che un nomade nell’animo non può mai essere un turista e che il suo modo di affrontare un viaggio è molto più simile a quello di un esploratore del secolo scorso che di un uomo moderno. Stefano ha viaggiato molto, lungo molti paralleli e molti meridiani, dalla Siberia all’Africa ed attualmente cammina lungo le piste di sabbia del Sahara, pensa, riflette e scrive...
|
23 Dicembre 2011
Parola all'Autore
Caro Babbo Natale
siamo ormai in pieno periodo natalizio, le strade delle nostre città sono piene di gente, di persone alla disperata ricerca di qualcosa da impacchettare e riporre sotto l'albero, come sempre pieno di colori e luci intermittenti. Sembra che sia un Natale come tanti, ma c'è invece qualcosa che lo rende profondamente unico, almeno per noi Italiani. In tanti passeggiano nelle zone centrali delle città, ma pochi entrano a comprare nei negozi. E' la crisi. La mancanza di fiducia, i conti correnti che si sono assottigliati e che non ci consentono di spendere con la facilità degli anni passati. Io in questo periodo non ho cambiato le mie abitudini, perché, come tutti i Natali, mi sono dedicato alla ricerca di regali di immenso valore, ma di poco costo: ho cercato nelle librerie, ho spulciato gli scaffali alla scoperta di opere che potessero offrire emozioni importanti. Nei libri ci sono mondi, ci sono vite, ci sono passioni e sentimenti che aspettano soltanto di essere rivelati. E questi mondi sono un regalo prezioso.
Quel che rassicura, in una congiuntura economica così difficile, è che questi tesori sono racchiusi non solo in costose e prestigiose edizioni, ma anche in confezioni meno ricche, come quelle dei formati tascabili, che presentano degnamente la ricchezza del loro contenuto. Nella ricerca del libro giusto, quello più adatto per chi lo riceve, affascina soprattutto l’esperienza sensoriale della visita alle librerie: gironzolare tra i loro corridoi, curiosare in punti nascosti come un archeologo, godersi l'odore dei libri, farsi rapire dagli scaffali che sono come forzieri aperti, con mille e una storia da raccontare. Purtroppo la crisi dell’ultimo anno ha impedito a molti di noi di godere fino in fondo di questo rito. Ho scritto “la crisi” come se fosse un soggetto agente, e tutti ne parliamo come di un’entità che ha vita propria, ma credo che questa sia soltanto la manifestazione ultima di un sistema che tutto fagocita e distrugge in nome di una modernità e di un’economia malata, che non produce gli effetti benefici che promette, nemmeno per noi lettori.
Come sai, io vivo a Firenze, una città dove fortunatamente le persone riempiono le librerie fino all'ora di chiusura, fino ad oltre la mezzanotte; una città nella quale la lettura fa parte del tessuto e della tradizione, ma anche qui sta accadendo, anzi è già accaduto, un fenomeno che ha disturbato il nostro rito natalizio...
|
23 Novembre 2011
Parola all'Autore
Prefazione della raccolta "Amori molesti"
In un paese che i libri non li compra e nemmeno li legge, ci vuole coraggio a coltivare il più molesto degli amori. Quello per la parola scritta.
Ci dicono che siamo un popolo di scrittori che non sanno leggere, di imbrattafogli che pretendono a tutti i costi di vedersi pubblicati, di manoscritti che intasano le case editrici, rischiando di non lasciarle libere di pubblicare le storie che vendono. Ci stanno insegnando che il libro è un prodotto. Ci parlano di marketing, di packaging, di campagne promozionali. Si vende la bella copertina, lo scrittore-personaggio, la storia che cavalca l’attualità. Viene quindi da chiedersi con quale coraggio venti, tra uomini e donne, vogliano sfidare le logiche di mercato unendosi in una raccolta di amori molesti. Raccontati in barba a chi vorrebbe ridurre la passione per la scrittura a molesta e ingiustificata velleità.
Quella che avete tra le mani è una scommessa. Una scommessa contro gli addetti ai lavori che da sempre pretendono di sapere, più e meglio dei diretti interessati, cosa il lettore voglia leggere. Cosa il lettore, questa specie in via di estinzione, cerchi in un libro. Ebbene, il lettore vuole una storia. Vuole che la parola scritta trasudi emozione. Vuole dimenticarsi di se stesso, viaggiare sulle ali della fantasia. Vuole riconoscersi, trovare risposte, formulare nuove domande. Vuole che le parole gli siano guida e suggestione, mai didascalia.
Vi starete chiedendo come possa esser certa che i venti racconti di questa antologia soddisfino tutte queste richieste. Vi rispondo dicendo che Amori molesti è un esperimento mai tentato prima. La realizzazione di una piccola utopia. Perché questi racconti sono sopravvissuti a un lavoro di scrematura svolto proprio da coloro che, di solito, sono i fruitori finali di scelte altrui: lettori.
Yabooks, questo consesso di sognatori dell’editoria, ha formato delle commissioni che, lavorando in autonomia una dall’altra, hanno selezionato i racconti pervenuti sulla base delle esperienze di lettura dei rispettivi membri. Nessuno degli scrittori ha pagato quote per partecipare alla selezione. Nessuno dei venti selezionati ha pagato costi di pubblicazione. Ogni fase del progetto ha visto protagoniste persone che hanno creduto nell’iniziativa, dedicando tempo ed entusiasmo, senza ricavarne altra ricompensa se non quella di veder pubblicati racconti che meritano di essere letti. Scritti da autori cui non sarebbe bastato saper scrivere (e questi venti sanno scrivere) per trovare uno spazio editoriale...
|
|